Quest’anno il 3 ottobre, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, ricorre a poochi mesi dall’entrata in vigore delle nuove regole UE su asilo, frontiere e porti “sicuri”.
Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, operativo dal 12 giugno 2026, ridefinisce radicalmente la gestione degli arrivi via mare e terra nei Paesi di frontiera come l’Italia, modificando la concezione e la gestione dei cosiddetti “porti sicuri” e delle procedure di sbarco con l’introduzione di controlli sanitari, d’identità e biometrici (Eurodac) prima ancora del formale ingresso nel territorio UE.
Ma, soprattutto, è stata introdotta la possibilità di dichiarare inammissibile una domanda di asilo se il migrante è transitato attraverso un Paese extra-UE ritenuto sicuro, aprendo a respingimenti e trasferimenti rapidi. Tra questi “paesi sicuri” sono annoverati l’Egitto, la Tunisia e il Marocco…
Se è dunque doveroso oggi ricordare, lo è ancor di più riflettere e ammettere che da quel 3 ottobre nulla è cambiato nei confronti dei migranti che fuggono da disperazione e conflitto. Anzi, a dirla tutta, qualcosa sì: è partita una nuova campagna diretta a criminalizzare le organizzazioni che si occupano del soccorso dei naufraghi.
Non solo. Nonostante la buona volontà di pochi, a cominciare dalla presidente, il tavolo sulla revisione del Trattato di Dublino stenta a dare frutti.
Insomma, l’Europa ha fallito.
Ed è per questo che oggi quel tragico naufragio a poche decine di metri dalle coste dell’isola di Lampedusa, che causò la morte di 368 persone, fa ancora più male.
L’immagine delle bare, una accanto all’altra, tante bianche e minuscole, nell’hangar dell’aeroporto militare, è ancora nitida nella nostra memoria. In peritura memoria perché dimenticare è impossibile. L’Italia reagì a quella tragedia creando l’operazione “mare nostrum”, che ha salvato tante vite. In un solo anno oltre 170.000.
Nell’ottobre del 2014 “Mare nostrum” è stata sospesa perché l’Europa non ha voluto farsene carico, non ha voluto considerare il Mediterraneo un mare “anche” europeo. Ed è nata Triton, una missione diretta più a monitorare e scoraggiare l’arrivo dei migranti piuttosto che a portare soccorso.
Molti, troppi, sono ancora i morti che si arenano sulle nostre spiagge o che finiscono in fondo al mare con le carrette su cui si imbarcano sperando in un viaggio della speranza che quasi mai termina in un porto sicuro.
A oggi, da quella tragedia che schiaffeggiò un intero continente, il Mediterraneo è sempre più un immenso “cimitero” d’acqua.
La Giornata della memoria ha un unico, giustissimo, fine: conservare e rinnovare il ricordo di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro e altri paesi europei per sfuggire a guerre, persecuzioni e miseria. Ma non basta una “cerimonia”. Serve ben altro a impegnare gli Stati a raccogliere la sfida delle migrazioni, a tutelare la vita e la dignità delle persone in fuga. Uomini, donne e bambini che null’altro cercano se non una chance di sopravvivenza.
Alternative legali e sicure esistono e vanno implementate: ricongiungimento familiare, reinsediamento, corridoi umanitari, visti per motivi di studio o lavoro. Possibilità concrete affinché le persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni possano arrivare in un luogo sicuro senza dover intraprendere viaggi pericolosissimi rischiando la vita, ancora una volta. Ma manca la volontà di implementarle.
Per questo la giornata del 3 ottobre non deve essere solo l’occasione per ricordare la tragedia di Lampedusa, ma un momento di riflessione e di denuncia affinché l’ipocrisia, l’irresponsabilità di chi crea le condizioni di queste tragedie sia ben chiara.
L’indifferenza di tanti stati europei non può essere accettata.
Il fallimento dell’Ue nel definire una nuova, efficace, politica comune per l’asilo e sull’immigrazione, pesa su tutti noi.
I timidi tentativi della Commissione europea per riformare il regolamento di Dublino e per una distribuzione equa dell’accoglienza tra i paesi membri non hanno prodotto risultati all’altezza dell’emergenza.
Siamo tutti consapevoli che una soluzione “umana” al problema immigrazione non sia una priorità dell’Europa. E non è certo la prima questione che arrovelli la mente di chi ci governa.
È, e resta, “semplicemente” il dramma dei disperati che tentano invano di sbarcare sulle nostre coste in cerca di salvezza da guerra, crisi e catastrofi naturali.


