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Focus internazionale

Afghanistan, cinque anni dopo Kabul, la lotta armata che logora il regime talebano

Tra offensive nel Badakhshan, proteste represse e faide interne: l'avanzata della nuova resistenza e il lento collasso del potere talebano a cinque anni da Kabul.

A cinque anni dalla presa di Kabul, le montagne del Badakhshan tornano a ribellarsi. Per la prima volta dall’agosto del 2021, la perdita temporanea di distretti strategici e l’avanzata di nuove formazioni armate coordinate dimostrano che la lotta per l’Afghanistan è tutt’altro che chiusa. Un mosaico di ex soldati, milizie locali e fronti uniti sta logorando la narrazione granitica del regime talebano, aprendo scenari inediti e critici per il futuro del Paese. Il Badakhshan, provincia montuosa al confine con Tagikistan, Cina e Pakistan, è storicamente un centro di opposizione al regime talebano, avendone già ostacolato il dominio negli anni ’90 sotto la guida dell’Alleanza del Nord di Ahmad Shah Massoud. Nelle ultime settimane, quest’area è stata teatro di una forte intensificazione degli attacchi.

Il 17 luglio 2026, una nuova formazione armata denominata Sepahiyan-e Mihan (Fronte dei Soldati della Patria) ha condotto un attacco a sorpresa conquistando il quartier generale del distretto di Yaftali Sufla. Circa 25 combattenti hanno tenuto la posizione per diverse ore prima di ritirarsi, costringendo i talebani ad ammettere la temporanea perdita del controllo distrettuale. Pochi giorni dopo, il 23 luglio, il Fronte di Liberazione dell’Afghanistan (AFF), guidato dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito Yasin Zia, ha lanciato operazioni mirate nel distretto di Zebak, riuscendo a catturare diversi avamposti e a mantenere le posizioni nonostante i contrattacchi delle forze talebane. Parallelamente, il Fronte Nazionale di Resistenza (NRF), guidato da Ahmad Massoud, ha rivendicato un attacco a un avamposto nel distretto di Kuran wa Munjan. Per la prima volta in cinque anni, la perdita temporanea di un distretto e la resistenza prolungata degli insorti dimostrano che le operazioni non sono più episodi isolati, ma test di una capacità di scontro organizzato. Gli scontri a Zebak, in particolare, non si sono affatto esauriti: l’AFF sostiene di aver ucciso 21 combattenti talebani e ferito altri 35 nei combattimenti proseguiti nelle settimane successive, mentre i talebani riconoscono lo scontro iniziale ma ne offrono una versione diversa dei fatti. A metà agosto il capo di stato maggiore dell’esercito talebano, Fasihuddin Fitrat, si è recato personalmente in prima linea a Zebak per valutare la tenuta delle proprie forze — un segnale di quanto la provincia sia ormai diventata una priorità strategica per Kabul. Un elemento di novità, rispetto alla frammentazione che ha caratterizzato la resistenza afghana per quasi cinque anni, è l’emergere di segnali , ancora non conclusivi, ma degni di nota, di un coordinamento crescente tra i diversi fronti. Analisti osservano che le operazioni delle ultime settimane suggeriscono la formazione di un blocco anti-talebano più coeso rispetto al passato, quando l’attività armata restava perlopiù localizzata e le rivendicazioni indipendenti l’una dall’altra. Lo stesso National Mobilization Front, Jebhe-ye Basej-e Melli, gruppo minore attivo dal 2023, ha invitato pubblicamente i propri combattenti a collaborare più strettamente con l’AFF. Ad arricchire ulteriormente il mosaico degli attori armati si aggiunge anche un comandante tagiko locale, Jumma Khan, che ha avviato proprie operazioni nella provincia — ulteriore prova della proliferazione di gruppi e sigle nell’area. La ripresa della guerriglia non nasce dal nulla, ma si alimenta delle politiche coercitive attuate dagli stessi talebani nel nord. Punizioni collettive, arresti arbitrari e operazioni di sicurezza repressive contro le minoranze etniche, in particolare tagike e uzbeke, sospettate di simpatie anti-talebane, hanno esacerbato il risentimento locale. A questo si aggiunge un fattore economico spesso sottovalutato nelle analisi sulla regione: le restrizioni imposte dai talebani alle piccole attività minerarie gestite dalla popolazione locale, insieme al divieto di coltivazione del papavero, hanno ulteriormente impoverito una provincia che resta tra le più povere dell’Afghanistan, alimentando un malcontento diffuso che va oltre la sola dimensione militare. Non a caso, il 1° agosto le forze talebane hanno aperto il fuoco contro manifestanti scesi in piazza nel distretto di Yaftal-e Payin per protestare contro quella che hanno definito “oppressione e ingiustizia”, causando almeno tre morti e sette feriti. L’episodio segnala che il malcontento locale non si esprime soltanto attraverso le armi, ma anche con proteste civili duramente represse. Inoltre, le frizioni interne non riguardano solo i civili: il regime ha affrontato scontri con propri comandanti locali non pashtun inseriti nelle strutture di potere dopo il crollo della Repubblica. Le dispute sul controllo delle risorse locali (come le miniere d’oro del Badakhshan) e le aggressive politiche di disarmo imposte dalla leadership centrale hanno generato lotte intestine e aperto la strada a divisioni interne al movimento talebano. Il clima di tensione è ulteriormente degenerato in seguito all’uccisione del comandante del Fronte di Resistenza Nazionale, Haseeb Panjshiri, avvenuta giovedì 19 agosto in uno scontro nel distretto del Salang mentre viaggiava verso il nord dell’Afghanistan. Insieme a lui ha perso la vita anche un collaboratore, Rumal Panjshiri. L’incidente ha scatenato un’ondata di indignazione internazionale e sui social media: un video diffuso online mostrava combattenti talebani radunati attorno al corpo del comandante a terra, con un miliziano intento a tirargli i capelli. Figure di spicco della politica e della giustizia afghana, tra cui l’ex Ministro della Giustizia Fazl Ahmad Manawi e l’ex procuratore generale Mohammad Farid Hamidi, hanno condannato fermamente l’accaduto. Hamidi ha definito l’affronto ai corpi dei caduti e dei prigionieri di guerra “l’apice dell’ignoranza, il declino della moralità e un crimine contro l’umanità”, in chiara violazione del diritto internazionale e dei valori islamici. A peggiorare la situazione si è aggiunto il rifiuto dei talebani di restituire la salma alla famiglia, che è stata riconsegnata solo tre giorni dopo l’uccisione, a seguito anche dei tentativi di mediazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Abdullah Khanjani, capo dell’ufficio politico del Fronte di Resistenza, ha denunciato l’episodio come una grave violazione dell’articolo 3 comune della Convenzione di Ginevra e potenziale crimine di guerra, chiedendo un’indagine indipendente e immediata da parte di UNAMA e della comunità internazionale.

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In un’intervista rilasciata alla testata giornalistica

Amargi, il generale Yasin Zia, leader dell’AFF (Afghanistan Freedom Front) ed ex capo dell’esercito afghano, ha spiegato i motivi che spingono alla lotta armata. Secondo Zia, la resistenza non rappresenta un obiettivo in sé, ma una scelta inevitabile di fronte alla totale chiusura degli spazi politici e democratici:

“Quando le donne vengono arretrate per aver chiesto il diritto all’istruzione, quando i media vengono soppressi, quando gli oppositori vengono uccisi o imprigionati e non esiste alcun meccanismo legale per il cambiamento politico e lo sviluppo nazionale, la resistenza armata diventa una scelta difficile ma inevitabile… per rompere il monopolio della forza e creare le condizioni per un processo politico genuino”. Pur ribadendo che la guerra non è l’obiettivo finale, l’AFF ritiene che l’attuale sistema talebano, basato sull’imposizione di un emirato anziché sulla sovranità popolare e sui diritti di cittadinanza, non lasci spazio a riforme pacifiche.

Nonostante i successi tattici nel Badakhshan e l’aumento delle azioni di guerriglia condotte da piccoli gruppi mobili e ben addestrati, spesso formati da ex membri delle forze di sicurezza con addestramento NATO, sembra prematuro considerare la resistenza una minaccia immediata per il potere centrale. I gruppi di opposizione faticano ancora a reclutare su larga scala, a mantenere linee di rifornimento stabili, a unire i vari fronti o a governare stabilmente i territori conquistati. Dal canto loro, i talebani conservano notevoli vantaggi in termini di intelligence, personale, trasporti, armamenti pesanti e la capacità di mobilitare rapidamente ingenti rinforzi dai loro bastioni tradizionali. La resistenza sconta inoltre due limiti storici e strutturali: la profonda frammentazione interna e la mancanza di un appoggio esterno; a differenza degli anni ’90, oggi l’opposizione opera in quasi totale isolamento internazionale, poiché nessun Paese confinante o grande potenza è disposto a sostenere apertamente una nuova guerra civile. Tuttavia, la narrazione dell’invincibilità dei talebani è incrinata. L’insorgere di divisioni interne, il malcontento delle minoranze e la tenacia dei nuovi fronti armati indicano che il controllo del regime non è così granitico come vorrebbero far credere; lo scenario che si profila all’orizzonte non preannuncia una fulminea riconquista del Paese, bensì una sfida asimmetrica, complessa e potenzialmente di lunga durata, che continuerà a logorare il potere dei talebani. Oltre alla sfida della guerriglia, a logorare il regime è la persistente minaccia dello Stato Islamico del Khorasan (ISKP), nemico giurato dei talebani che continua a colpire con attentati mirati, dimostrando l’incapacità del governo di garantire una sicurezza totale. In questo scenario, il tempo gioca a sfavore del regime di Kabul: senza una vera transizione politica, senza investimenti internazionali e con una popolazione stremata, l’emirato si sta logorando non solo sotto i colpi della nuova resistenza, ma per il collasso interno del proprio sistema di potere.

L’augurio è che, oltre la logica delle armi, delle rappresaglie e delle contese di potere, il popolo afghano torni a occupare il centro della scena. Solo attraverso il riconoscimento della sovranità popolare, la tutela dei diritti fondamentali di ogni cittadino, a partire da donne e minoranze, e un reale processo di riconciliazione nazionale l’Afghanistan potrà uscire da un tunnel di conflitti che dura ormai da decenni.

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