CEO dell’organizzazione Afghanistan Journalists’ Support- AJSO, giornalista e attivista per i diritti umani, Freshta Hemmati si batte quotidianamente per mantenere viva l’attenzione sulla difficile condizione che vivono soprattutto le donne afghane da quando i talebani sono tornati al potere.
Costretta all’esilio per il suo lavoro di giornalista, con l’aiuto di altri colleghi ha lanciato l’Afghanistan Journalists Support Organization e attraverso questa piattaforma si batte per le voci inascoltate degli afghani a livello globale, con un’attenzione particolare alla condizione femminile.
In un’intervista che mi ha rilasciato la settimana scorsa, Hemmati ha dichiarato che la situazione delle donne e delle ragazze afghane è “una delle piu grandi crisi dei diritti umani nel mondo”, definendo “strutturata e sistematica” la violenza contro le donne del suo paese da parte del governo integralista.

“La vita di molte ragazze in Afghanistan si
riassume in questa amara realtà: recluse nelle quattro mura della casa, sono costrette ad arrendersi alla severità delle famiglie e ad affrontare il mondo crudele che i talebani hanno creato per donne e bambine”.
Freshta mi ha riportato lo sfogo di Maryam, dalla provincia di Balkh:
“Sembra che nessuno voglia sentire le nostre voci, nessuno immagina la nostra situazione. Possibile che nessuno ci ascolti, che prenda posizione e ci aiuti ad avere una vita migliore?”
È come se l’Afghanistan fosse sparito dalla scena mondiale.
Il senso di abbandono e la prospettiva di dover passare una vita di privazioni e divieti, senza alcuna speranza di cambiamento, sta portando alla disperazione migliaia di donne, soprattutto le più giovani.
La situazione è gravissima, come mi ha rivelato anche Mina, una coraggiosa giornalista che, tra mille cautele, ha accettato di parlare con me. Naturalmente Mina è un nome di fantasia, le continue minacce a cui è esposta non mi consentono di citare il suo nome, come invece meriterebbe. Il terrore delle conseguenze le priva anche del nome. È una giornalista specializzata nelle inchieste che riguardano la devastante situazione economica, politica e sociale che sta attraversando l’Afghanistan, continua a fare i suoi reportage nonostante le difficoltà e le minacce da parte dei Talebani. La povertà nel paese è arrivata a livelli tali da portarla ad occuparsi della vendita dei bambini, ceduti dalle famiglie perché non hanno da mangiare, oppure delle spose-bambine, cedute subito dopo la pubertà a uomini molto più anziani di loro.
Senza la possibilità di accedere all’istruzione, senza poter lavorare, senza poter viaggiare da sole, frequentare parchi pubblici, parlare, cantare, ridere, gioire, creare…le donne afghane sono ridotte ad un silenzio tombale che le priva di ogni possibilità di partecipazione alla vita sociale. Con una tristezza mista a rabbia, Mina mi riferisce che il tasso di problemi mentali e di suicidi tra le donne è cresciuto in maniera esponenziale, fuggono dall’oppressione nella maniera più drammatica.

Durante l’incontro avuto poche settimane fa dalla Hemmati ad Ottawa, in Canada, con Richard Bennett, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, l’attivista ha evidenziato anche la situazione critica dell’informazione all’interno del paese, sottolineando l’importanza e la necessità di collegare i giornalisti afghani con le loro controparti occidentali, per riferire accuratamente sulla tragica realtà del paese e mantenere vivo l’interesse riguardo l’Afghanistan nell’agenda globale, con l’intento di dare una speranza a chi non vede ormai via di uscita.


