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Afghanistan, eventi climatici estremi, dalla morsa del caldo alla devastazione delle alluvioni a est

Decine di vittime, villaggi spazzati via e un territorio privo di difese. Mentre la comunità internazionale taglia i fondi, a pagare il prezzo più alto sono le donne.

Una serie di violente alluvioni lampo, scatenate da precipitazioni monsoniche torrenziali, ha colpito duramente l’Afghanistan orientale. Nella provincia del Nuristan si contano almeno 20 vittime, oltre 80 feriti e più di 100 dispersi, tra cui il sindaco di Parun, il capoluogo provinciale. Lunedì 20 luglio 2026, un’ondata di piena ha spazzato via case, negozi, hotel e ponti. Il mercato centrale è andato quasi interamente distrutto, mentre le reti idriche compromesse hanno lasciato la popolazione senza acqua potabile. Devastazioni analoghe si registrano anche nelle province di Nangarhar e Laghman, cuore pulsante dell’Afghanistan orientale, regioni economicamente vitali grazie a un’agricoltura intensiva e produttiva. Le squadre della Mezzaluna Rossa Afghana (ARCS) e le autorità locali sono mobilitate per i soccorsi e la distribuzione di aiuti alimentari. Tuttavia, la conformazione montuosa e remota del Nuristan e la distruzione delle strade rendono estremamente complesso l’invio tempestivo di attrezzature pesanti. La furia del maltempo non si è limitata ai confini afghani, fenomeni analoghi hanno colpito anche il vicino Khyber Pakhtunkhwa (KP), in Pakistan, provocando 14 morti e spingendo le autorità a dichiarare lo stato di massima allerta.

​La nuova catastrofe evidenzia la profonda vulnerabilità dell’Afghanistan ai cambiamenti climatici. A rendere le piogge così distruttive concorrono fattori strutturali critici: l’intensa deforestazione degli ultimi anni ha ridotto la capacità di assorbimento del suolo, mentre la carenza cronica di opere di ingegneria civile, come argini, canali di scolo e bacini di contenimento, ha lasciato il territorio del tutto privo di difese. ​A tutto questo si aggiunge la totale assenza di politiche territoriali da parte del regime talebano, che ha trascurato qualsiasi misura di prevenzione e gestione ambientale. L’inerzia istituzionale e la mancanza di investimenti in piani di emergenza condannano la popolazione a subire ciclicamente catastrofi evitabili, che vanno ad acuire una crisi umanitaria già drammatica. Oltre ai danni immediati a case e infrastrutture, la furia delle acque nel Nuristan e nelle province limitrofe ha spazzato via raccolti interi e devastato i terreni agricoli. In un Paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione rurale dipende strettamente dall’agricoltura di sussistenza, la perdita dei campi e delle riserve alimentari rischia di innescare una crisi a lungo termine, che va ad aggravare drammaticamente i livelli di insicurezza alimentare nel Paese, spingendo intere comunità verso lo spettro della carestia. Da tempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) e il Programma Alimentare Mondiale (PAM) denunciano la grave carenza di fondi che penalizza gli interventi umanitari in Afghanistan, una situazione legata a doppio filo al contesto geopolitico: a causa delle gravissime restrizioni sui diritti umani imposte dal regime talebano, in particolare il bando sistematico all’istruzione e al lavoro delle donne, la comunità internazionale ha ridotto drasticamente i fondi destinati allo sviluppo a lungo termine. I finanziamenti esteri si concentrano ormai quasi esclusivamente sulla gestione immediata dell’emergenza pura, lasciando totalmente scoperte la pianificazione delle opere di prevenzione strutturale, la riforestazione e la messa in sicurezza del territorio, intrappolando l’Afghanistan in un circolo vizioso che ne perpetua la vulnerabilità strutturale di fronte a crisi ed emergenze climatiche.

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A subire le conseguenze più gravi di queste emergenze sono ancora una volta le donne. Organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie denunciano l’esistenza di barriere sistemiche che di fatto le escludono o le penalizzano nella catena degli aiuti. Poiché soccorritori e autorità locali sono quasi esclusivamente uomini, l’applicazione delle restrizioni vigenti finisce per bloccare l’assistenza diretta alle donne sprovviste di un accompagnatore di stretta parentela (mahram), che limita ulteriormente la loro capacità di mettersi in salvo o di raggiungere i centri di distribuzione. Inoltre, in molte delle zone colpite, la selezione dei beneficiari e la distribuzione dei beni essenziali sottostanno a dinamiche di potere locali che penalizzano fortemente i nuclei familiari guidati da donne. Questo complesso di restrizioni strutturali e culturali le espone a una dipendenza totale dai familiari maschi per la sopravvivenza, lasciandole drammaticamente sole di fronte alla catastrofe, con minori possibilità di salvezza e di accesso ai soccorsi vitali.

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