Ma come si può, con tanta leggerezza, confessare di aver distrutto dei capolavori millenari? Come si può essere così sprezzanti non solo nei confronti dell’arte, ma della tradizione e della cultura di un intero popolo? Come la comunità internazionale ben sa, nel marzo del 2001, per ordine diretto del Mullah Mohammad Omar, i talebani fecero esplodere, con dinamite, artiglieria e carri armati, le due statue monumentali dei Buddha scolpite nella roccia della valle di Bamiyan: il Salsal, alto 53 metri, e la più piccola Shamama, 35 metri, realizzate tra il III e il VII secolo d.C. e considerate tra le più importanti testimonianze superstiti dell’arte buddhista del Gandhara. Comandante militare dei talebani nella provincia in quei giorni era Abdullah Sarhadi, che insieme ai suoi uomini prese parte materialmente alla distruzione. Per oltre vent’anni quel ruolo era rimasto sullo sfondo. Poi, in un’intervista concessa alla BBC World Service, Sarhadi, dopo un iniziale rifiuto a rispondere sull’argomento, ha ammesso senza più margini di ambiguità: «Le ho distrutte con le mie mani». Ha rivendicato la propria linea intransigente, sostenendo che l’abbattimento delle statue fu conforme alla guida e alla legge di Dio, e ribadendo che i talebani “non vendono gli idoli, li distruggono”. Non un pentimento, dunque, ma la conferma più esplicita mai arrivata da un alto esponente dell’amministrazione talebana sulla responsabilità diretta in quello che resta uno dei più gravi crimini contro il patrimonio storico dell’Afghanistan e dell’umanità intera. Ciò che rende questa confessione ancora più inquietante è il percorso di chi l’ha resa. Sarhadi non è un uomo del passato, riemerso per caso dalle cronache di allora: dopo essersi arreso alla coalizione a guida statunitense nel 2001 ed essere stato detenuto per anni a Guantanamo, con il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021 è stato nominato governatore proprio di Bamiyan, la provincia delle statue che aveva contribuito a distruggere, incarico che ha mantenuto fino al gennaio 2026, quando è stato trasferito alla guida della provincia di Jawzjan. Più di recente è stato promosso vicecomandante di un corpo militare talebano nella provincia di Kunduz, un curriculum che non racconta una rottura con il passato, ma una sua piena continuità: chi ha diretto la cancellazione fisica della memoria pre-islamica dell’Afghanistan è stato reintegrato ai vertici dell’amministrazione del territorio che quella memoria custodiva. Ed è significativo che, nella stessa intervista, Sarhadi non si sia limitato al tema del patrimonio artistico. Interrogato sulla condizione femminile, ha descritto le donne come “carenti di intelletto” e ha lasciato intendere che consentire loro di proseguire gli studi le esporrebbe al rischio di essere “attirate verso la prostituzione”, affermazioni che hanno suscitato una vasta reazione di condanna, soprattutto tra le donne afghane. Non è un dettaglio marginale: lo stesso impulso che nel 2001 ha ridotto in polvere due Buddha alti come palazzi è quello che oggi nega alle ragazze afghane il diritto all’istruzione e alla parola pubblica. Non si tratta di due questioni distinte — il patrimonio da un lato, i diritti delle donne dall’altro — ma di due facce della stessa logica: la volontà di decidere quali memorie, quali voci, quali forme di bellezza abbiano diritto a esistere. Questo fenomeno affonda le radici non solo nella furia ideologica iconoclasta, ma anche in una logica di sfruttamento economico opportunistico. Già durante i periodi di conflitto e sotto il primo regime tra il 1996 e il 2001, la distruzione pubblica delle grandi opere si accompagnava spesso alla spoliazione silenziosa e al traffico illecito di reperti minori, monete, avori e statue di epoca greco-buddhista. Il mercato nero internazionale delle antichità, alimentato da reti di contrabbando che sfruttavano i confini con i paesi vicini, ha rappresentato una fonte cruciale di autofinanziamento per il movimento. Dunque, il patrimonio pre-islamico dell’Afghanistan ha assunto una duplice valenza per il regime: da un lato veniva fatto a pezzi pubblicamente come “idolatria” da condannare, dall’altro veniva monetizzato sottobanco attraverso canali di esportazione illegale per sostenere le proprie attività.
Sulla confessione di Sarhadi è intervenuta anche l’Ambasciata e Missione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan a Roma, che in una dichiarazione ufficiale ha espresso “profondo dispiacere e preoccupazione”, definendo la distruzione dei Buddha “un crimine culturale” contro il patrimonio storico dell’Afghanistan e del mondo intero. L’Ambasciatore Khaled Ahmad Zekryia non si è fermato alla condanna di principio, ma ha posto l’accento su un punto politicamente scomodo: mentre le dichiarazioni di Sarhadi hanno suscitato un’ondata di condanne interne e internazionali, molti Paesi vicini e alcuni governi occidentali che da tempo intrattengono relazioni con l’amministrazione talebana hanno preferito il silenzio, mantenendo un atteggiamento tollerante e talvolta persino ottimista nei confronti del regime. Nella dichiarazione viene ricostruito anche il vuoto giuridico in cui maturò la distruzione del 2001: l’UNESCO, priva all’epoca di strumenti legali per perseguire i responsabili, tentò invano la via diplomatica presso il Mullah Mohammad Omar, anche su sollecitazione di altri Paesi a maggioranza musulmana. Solo nell’ottobre 2001 gli Stati membri dell’UNESCO dichiararono la distruzione intenzionale del patrimonio storico e culturale un crimine di guerra, dichiarando contestualmente Bamiyan “Patrimonio mondiale in pericolo” e stanziando fondi per la messa in sicurezza di quanto rimasto. Quanto alle responsabilità penali, l’Ambasciata ricorda che lo Statuto di Roma, che ha istituito la Corte Penale Internazionale, è entrato in vigore solo il 1° luglio 2002, e che l’Afghanistan lo ha ratificato il 1° maggio 2003: per principio di irretroattività, la CPI non può quindi perseguire la distruzione dei Buddha in sé (nullum crimen sine lege praevia). Il precedente più vicino resta il caso di Ahmad Al Faqi Al Mahdi, processato e condannato dalla CPI nel 2016 per la distruzione di mausolei storici a Timbuctu, un crimine del 2012, dunque successivo all’istituzione della giurisdizione della Corte. Restano tuttavia aperte tre vie per chiamare a rispondere Sarhadi e la leadership talebana: un’indagine della CPI, anche proprio motu, sui crimini commessi dopo il 2003, in particolare la persecuzione sistematica di donne, ragazze e minoranze in Afghanistan, di cui Sarhadi potrebbe rispondere come comandante di alto livello; l’apertura di procedimenti penali da parte di tribunali nazionali di Paesi che riconoscono il principio di giurisdizione universale — vengono citati esplicitamente Germania, Francia e Paesi Bassi — con possibili mandati d’arresto in caso di viaggi all’estero; un ricorso di uno o più Stati membri dell’ONU alla Corte Internazionale di Giustizia per violazione di trattati internazionali, opzione che però resta per ora bloccata in sede diplomatica, poiché le Nazioni Unite non riconoscono formalmente il regime talebano come governo legittimo dell’Afghanistan. L’Ambasciata afferma, infine, di essere in contatto regolare con esperti di giurisprudenza, università e think tank per organizzare una conferenza scientifica e legale dedicata alla discriminazione di genere e alla violenza sistematica del regime talebano contro le donne, che segua anche gli sviluppi della causa promossa da una coalizione di Stati presso la CIG e dei mandati d’arresto della CPI contro i vertici talebani, incluso, esplicitamente, il dossier Sarhadi. I Buddha di Bamiyan, patrimonio UNESCO, non sono mai stati ricostruiti nella loro forma integrale: le nicchie vuote nella roccia restano, oggi, il monumento più eloquente a ciò che è stato cancellato. Ma la confessione di Sarhadi, paradossalmente, restituisce a quella distruzione un nome, un volto, una responsabilità precisa, sottraendola all’anonimato di un “ordine dall’alto” dietro cui per vent’anni si erano potute nascondere le coscienze di chi materialmente premette il grilletto o azionò l’esplosivo. Restituire memoria e parola a ciò che si è tentato di ridurre al silenzio, che si tratti delle statue di Bamiyan o delle voci delle donne afghane, di ieri e di oggi, resta, in questo senso, un atto tutt’altro che scontato. È la ragione per cui vicende come questa non possono essere lette come cronaca isolata, ma vanno ricondotte a una storia più lunga, quella di un Paese la cui cultura, millenaria, plurale, spesso femminile, continua a dover essere difesa, raccontata, riscritta, ogni volta che qualcuno tenta di farla tacere.


