L’Afghanistan si colloca costantemente tra i paesi peggiori al mondo per la libertà di stampa. Nel 2025, Reporters Without Borders (RSF) ha classificato l’Afghanistan al 175° posto su 180 paesi.
Il quadro dipinto sull’Afghanistan da Amnesty International in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa è desolante: i talebani reprimono ferocemente la libertà di espressione con intimidazioni di ogni genere, arresti, torture e chiusura di media, e la voce dei giornalisti afghani è ogni giorno più compromessa da restrizioni governative, violenze, censura e difficoltà economiche, portando a un panorama mediatico decimato e a un clima di paura per coloro che cercano di informare il pubblico.
Le Nazioni Unite, attraverso i suoi relatori e la missione UNAMA, si uniscono all’allarme e segnalano un aumento preoccupante delle violazioni della libertà di stampa e delle detenzioni arbitrarie, sollecitando il rilascio immediato dei giornalisti e richiamando la comunità internazionale a sostenere coloro che, nonostante le avversità, continuano a lottare per la verità, in un paese ai margini della libertà di stampa mondiale.
La libertà dei giornalisti in Afghanistan è drasticamente diminuita da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021.
Un numero significativo di media ha chiuso a causa delle restrizioni imposte dai talebani e della crisi economica. Si stima che circa il 43% dei media sia scomparso nei primi tre mesi del loro governo, un numero impressionante. Delle circa 700 emittenti attive prima del ritorno dei talebani, solo 400 circa sono operative oggi e soltanto nell’ultimo anno almeno 12 media sono stati costretti a chiudere a causa di nuovi divieti.
Nonostante non ci siano state uccisioni di giornalisti nell’ultimo anno, le violazioni della libertà di stampa sono aumentate del 24% rispetto all’anno precedente.
I giornalisti, in particolare le donne, affrontano quotidianamente minacce di arresto, molestie e violenza fisica da parte delle forze talebane e della Direzione Generale dell’Intelligence (GDI). Sono stati documentati numerosi casi di fermi e detenzioni arbitrarie di giornalisti e operatori media per aver fatto il loro lavoro con coraggio. I talebani hanno fatto irruzione nelle sedi di broadcast e giornali alla ricerca di coloro che avevano osato contravvenire ai loro divieti.
Parlare liberamente in Afghanistan è quasi impossibile, così come fare inchieste, dato che praticamente nessuno più è disposto a rischiare la propria vita per farsi intervistare e
l’autocensura per evitare ritorsioni è molto diffusa.
È stata imposta una rigida censura sui contenuti, con il divieto di pubblicare qualsiasi cosa che contraddica l’interpretazione dei valori islamici o degli interessi nazionali afghani da parte dei talebani. Uno degli ultimi divieti è quello di trasmettere immagini di esseri viventi sulle emittenti televisive locali, un ulteriore limite alla libertà di espressione.
La critica ai talebani è vietata e argomenti come i diritti delle donne, la religione e le questioni delle minoranze sono off-limits.
In alcune province, i giornalisti devono sottoporre gli articoli alle autorità locali talebane per l’approvazione prima della pubblicazione.
I giornalisti che lavorano per media stranieri o in esilio sono particolarmente a rischio, soprattutto quelli che erano stati costretti a rifugiarsi in Pakistan e che ora rischiano di essere deportati nuovamente in Afghanistan, nelle mani dei loro aguzzini.
Inoltre, il collasso economico del paese ha devastato anche il settore dei media, che non hanno più alcun sostegno economico.
Con la diminuzione degli aiuti internazionali, i media lottano per sopravvivere e il giornalismo è diventato una professione sempre più precaria, con stipendi molto bassi, quando garantiti, tanto che molti giornalisti sono costretti a svolgere anche altri lavori per sopravvivere.
Per le donne è doppiamente rischioso, non godono di alcun riconoscimento da parte del regime, che preferirebbe metterle definitivamente a tacere, e spesso non sono supportate dal contesto sociale e familiare, per questo la loro voce è doppiamente preziosa. Nonostante i rischi che corrono e i divieti sempre più serrati, continuano a denunciare al mondo la situazione che sta vivendo il loro paese.
Anche io, in questo momento, sto proteggendo l’anonimato delle mie fonti, di chi generosamente si è aperto con me per raccontare quello che sta avvenendo in Afghanistan in questi ultimi anni, professioniste e professionisti dell’informazione costretti a nascondersi, perché braccati dai talebani, o a fingere di fare un altro mestiere, pur continuando le loro inchieste. Giornaliste e giornalisti coraggiosi, che sfidano un mondo di barbarie inaccettabile, quello che mette a tacere la comunicazione e la diffusione della conoscenza.
A loro va il mio pensiero e il sostegno di “Focus on Africa”.


