Dopo due lunghi e bui anni trascorsi nelle carceri del regime talebano, il giornalista Hamid Farhadi è stato finalmente rilasciato. Una notizia accolta con immensa gioia e commozione dai suoi familiari, in particolare da sua madre e sua moglie, i cui volti finalmente si illuminano di speranza. Questo momento di sollievo porta con sé un auspicio più ampio: che tale liberazione possa essere il preludio a un futuro in cui non soltanto i prigionieri politici e d’opinione, ma l’intera popolazione afghana possa liberarsi dalle catene di quella che viene definita una vera e propria grande prigione a cielo aperto. Hamid Farhadi era stato arrestato il 3 settembre 2024 dai talebani, che fecero irruzione nella sua abitazione a Kabul. Circa due settimane dopo, il 19 settembre, un tribunale di primo grado del quarto distretto di Kabul lo aveva condannato a due anni di reclusione. Le accuse mosse contro di lui , “Propaganda contro il sistema” e “Cooperazione con media operanti in esilio”, nello specifico con Etilaat Roz, uno dei quotidiani indipendenti più autorevoli e rispettati del Paese, riflettevano la linea di tolleranza zero del regime verso qualsiasi forma di dissenso. Con il ritorno dei talebani al potere nell’agosto 2021, la vita della redazione era cambiata drasticamente e il giornale era diventato un obiettivo primario del regime a causa della sua linea editoriale indipendente. Nel settembre 2021, due collaboratori, il giornalista Taqi Daryabi e il fotoreporter Neamat Naghdi, furono brutalmente arrestati e torturati dalle forze talebane mentre documentavano una protesta femminile a Kabul. Le immagini dei loro corpi segnati dalle percosse divennero un simbolo globale della repressione contro la stampa nel nuovo Afghanistan. Proprio per l’impossibilità di operare in sicurezza all’interno del Paese, la redazione di Etilaat Roz è stata costretta a trasferirsi all’estero. Mentre la diaspora del giornale tentava di riorganizzarsi lontano dalla patria, la repressione all’interno dei confini afghani continuava a colpire duramente chiunque cercasse di fare informazione. Un esempio emblematico di questa linea dura si riflette nel calvario giudiziario dello stesso Farhadi. Il Centro dei Giornalisti Afghani ha accolto con favore la scarcerazione, ribadendo tuttavia un concetto fondamentale: Farhadi non avrebbe mai dovuto essere arrestato. Durante la sua detenzione, inoltre, i suoi diritti elementari sono stati calpestati, a cominciare dalla totale negazione dell’accesso a un avvocato difensore e dallo svolgimento di un processo iniquo. Nel corso della sua pena, Farhadi ha sperimentato la durezza e la crudeltà del sistema carcerario talebano, scontando la prima parte della pena nel famigerato carcere di Pul-e-Charkhi, poi dal marzo del 2025, nella prigione di Bagram, tristemente nota per le sue condizioni disumane. Il calvario del giornalista si inserisce in un contesto di sistematica distruzione della libertà di informazione. Con il ritorno dei talebani al potere nell’agosto del 2021, la situazione per gli operatori dell’informazione nel Paese è precipitata drammaticamente. Fin dai primi giorni del nuovo regime, la repressione si è mostrata brutale. Negli ultimi cinque anni, i talebani hanno imposto restrizioni soffocanti ai media, ricorrendo regolarmente ad arresti arbitrari e torture contro chiunque tentasse di raccontare la verità. I dati forniti da Nai, un’organizzazione a sostegno dei media afghani in esilio, delineano un bilancio drammatico: dall’ascesa al potere dei talebani, in Afghanistan sono stati registrati oltre 700 casi di violenza contro giornalisti e operatori dei media. Il caso di Farhadi ha immediatamente attivato una forte mobilitazione internazionale guidata da organizzazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa, tra cui Amnesty International.
Sicuramente la sua liberazione rappresenta una vittoria della solidarietà internazionale, ma la situazione della sicurezza per i professionisti dell’informazione afghani rimane critica, anche oltre i confini nazionali. A testimoniarlo è il caso di Seyyed Qasem Hashemi e Hamed Ehsas, dispersi da oltre un mese in Pakistan, nazione che ospita centinaia di migliaia di rifugiati afghani, compresi molti operatori dei media in cerca di protezione internazionale o in attesa di un ricollocamento in un Paese terzo. La loro scomparsa, avvenuta in circostanze poco chiare, accresce il terrore costante all’interno della comunità dei rifugiati e tra le organizzazioni umanitarie ed evidenzia come il confine afghano-pakistano non offra una reale zona di sicurezza. Molti giornalisti in esilio denunciano quotidianamente la precarietà del proprio status legale, il rischio di deportazioni coatte verso l’Afghanistan e la costante minaccia di ritorsioni da parte di cellule vicine al regime, ormai operative ben oltre i confini del Paese. La scarcerazione di Hamid Farhadi restituisce una speranza, ma non cancella le ferite di un Paese in cui l’informazione è trattata come un crimine.
E mentre la prigione di Bagram si chiude alle sue spalle, decine di altri cronisti restano ostaggio di una repressione sistematica, dentro e fuori dai confini nazionali. La sua liberazione dimostra l’importanza della mobilitazione internazionale, ma ricorda che la sicurezza dei giornalisti afghani è ancora lontana e che l’attenzione globale non deve mai calare.


