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Focus internazionale

Afghanistan, terrore a Herat, fuoco sui fedeli della comunità sciita

L’attacco al santuario di Dahmiri riaccende il faro sulla vulnerabilità delle minoranze e sull'espansione dell'ISIS-K nell'ovest dell'Afghanistan

Un venerdì di preghiera e svago si è trasformato in un eccidio nella provincia di Herat, nell’Afghanistan occidentale. Nel distretto di Injil, un commando di uomini armati ha aperto il fuoco contro decine di famiglie sciite riunite presso il santuario di Sayed Mohammad Agha, nell’area di Dahmiri. Il bilancio, sebbene ancora incerto a causa della censura, parla di una vera e propria esecuzione di massa. L’assalto, fulmineo e brutale, è scattato intorno alle 15:00 ora locale. Un gruppo di sicari a bordo di motociclette ha preso di mira una folla inerme, composta in gran parte da famiglie dedite a momenti di preghiera e serena convivialità, aprendo il fuoco deliberatamente. Tra le vittime identificate figura Arbab Sultan Ahmad Khan, un influente anziano della comunità, ucciso insieme ai suoi due figli nel disperato tentativo di proteggere i fedeli riuniti. Dopo la pioggia di proiettili, gli assalitori si sono dileguati, lasciando dietro di sé un tappeto di morti e feriti.

Come accade sistematicamente sotto il regime talebano, esiste una profonda discrepanza tra i dati ufficiali e le testimonianze dirette. Abdul Mateen Qani, portavoce del Ministero dell’Interno, ha riferito di 7 morti e 13 feriti, ma fonti locali e indipendenti e testate come Hasht-e Subh parlano di cifre drammaticamente più alte, almeno 37 morti e oltre 50 feriti. Molti dei sopravvissuti versano in condizioni critiche presso l’Ospedale Regionale di Herat, e il bilancio potrebbe aggravarsi nelle prossime ore.

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L’ombra dell’ISIS-K si allunga paurosamente sulla regione. Sebbene manchi ancora una rivendicazione formale, le modalità dell’attacco e la scelta del bersaglio, la minoranza Sciita e Hazara, portano la firma dello Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K). Nonostante le promesse dei Talebani di aver “pacificato” il Paese, la presenza del Daesh nel settore occidentale (Herat, Ghor, Farah) è in costante espansione. L’episodio odierno mette a nudo un duplice fallimento dell’ Emirato talebano nella sua intelligence, l’incapacità di prevenire attacchi in luoghi pubblici e religiosi ampiamente frequentati, nonché la mancanza di protezione per le minoranze più vulnerabili, considerate “apostate” dai radicali del Daesh e spesso marginalizzate dalle stesse autorità locali. Mentre la paura attanaglia la provincia, la società civile di Herat ha risposto con una straordinaria ondata di solidarietà. Centinaia di residenti si sono riversati negli ospedali per donare il sangue, rispondendo alla richiesta di aiuto dei medici, che faticano a gestire l’emergenza chirurgica. Questo massacro conferma che, nonostante la propaganda del regime, l’incolumità dei cittadini resta un’illusione pagata a caro prezzo dalla popolazione.

Il conflitto ha assunto nuove vesti, ma la ferocia contro i civili e le minoranze religiose rimane una costante brutale. Dietro la fragile facciata di ordine imposta dal nuovo regime, l’Afghanistan resta un territorio dove la fede può ancora trasformarsi in una condanna a morte.

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