Decine di vittime in un grave incidente stradale nel distretto di Guzara, nella provincia occidentale di Herat.
Nella notte del 19 agosto un autobus che trasportava migranti afghani di ritorno dall’Iran si è scontrato violentemente con un camion e una motocicletta. Nel tragico incidente hanno perso la vita 76 persone, tra cui 17 bambini, altre sono in gravi condizioni, anche a causa dell’incendio che ha avvolto il mezzo. Le vittime provenivano da varie zone del Paese, dalle province di Kapisa, Parwan, Kabul, Ghazni, Daikundi e Baghlan.
Secondo la polizia locale, l’impatto sarebbe stato causato dall’eccessiva velocità e dalla negligenza del conducente dell’autobus, che è uscito fuori strada.
“۷۰ دلِ خسته، دلهایی پر
زخم،
که نه در وطن آرامش داشتند، نه در غربت پناه…
در راهِ برگشت،
هرگز به خانه نرسیدند…”
“Settanta cuori stanchi, cuori pieni di ferite,
che non hanno trovato pace in patria né rifugio in esilio…
Sulla via del ritorno,
non sono mai arrivati a casa…” ha scritto con dolore il giornalista Waris Mujaddady.
Perchè l’incidente di Guzara non è solo un semplice incidente stradale, è un tragico promemoria del costo umano della crisi dei migranti afghani, è l’epilogo di un viaggio della disperazione, un’odissea di persone che avevano cercato rifugio e si sono ritrovate a morire in un rogo sulla via del ritorno. Le 76 vittime rappresentano la punta dell’iceberg di una tragedia ben più vasta, fatta di rimpatri forzati, assenza di supporto e un futuro incerto in una nazione già devastata.
L’autobus andato in fiamme, che trasportava profughi che erano appena stati espulsi dall’Iran e si stavano dirigendo verso la capitale Kabul, è il simbolo di una tragedia umana in atto: quella dei migranti afghani, costretti a un rientro repentino e pericoloso dall’esilio a cui erano stati costretti. Trasportava persone che avevano cercato un rifugio, una vita lontano dalla guerra e dalle persecuzioni che tormentano la vita degli afghani da decenni ormai, e che ora vengono rimandate indietro contro la loro volontà. Molti erano partiti in cerca di lavoro, spesso accontentandosi di salari più bassi, in settori come l’edilizia, dove erano molto apprezzati per l’affidabilità. Avevano tentato di salvarsi dalla povertà, dalle vessazioni del regime talebano, ma sono morte sulla via del ritorno, in un incidente stradale causato anche dalle condizioni disastrose delle strade afghane e dalla mancanza di manutenzione sui mezzi di trasporto.
I passeggeri erano saliti tutti a bordo al valico di frontiera di Islam Qala, come hanno confermato il funzionario provinciale Mohammad Yousuf Saeedi e il portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid.
Proprio il giorno prima, il Ministro degli Interni iraniano Eskandar Momeni aveva annunciato che altre 800.000 persone avrebbero dovuto lasciare il Paese entro breve tempo, una nuova decisione che si aggiunge ad altri provvedimenti che stanno avendo un impatto devastante su una nazione già in ginocchio e che avrà conseguenze ancora più preoccupanti sia a livello economico che sociale.
Secondo l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, quasi 450.000 profughi senza documenti sono tornati in patria dall’inizio di giugno. Dallo scorso anno, più di 1,4 milioni di afghani sono stati costretti a tornare a casa, un rientro biblico, cacciati in maniera brutale, anche dal vicino Pakistan, spesso senza alcun supporto. L’ultima direttiva di espulsione dall’Iran coinvolgerebbe nei prossimi mesi ben 4 milioni di afghani presenti nel paese, una cifra impressionante. Non si tratta però solo di numeri, ma di vite spezzate di uomini, donne e bambini che non hanno trovato pace in patria e che ora sono costretti a tornare in un Paese dove la loro sopravvivenza è a rischio, e che affrontano difficoltà indicibili, come dimostra la fine di questo viaggio. Il loro viaggio è un’odissea fatta di paura e incertezza che ora, per molti, è finita in un epilogo tragico.
Questo evento dovrebbe servire da monito per la comunità internazionale. I rimpatri forzati, specialmente verso un Paese con un’instabilità così profonda come l’Afghanistan, sono una violazione della dignità umana. È nostro dovere non solo piangere queste vittime, ma anche esigere che i diritti umani siano rispettati e che i rifugiati afghani costretti al rimpatrio abbiano il sostegno che meritano.

