In queste settimane Nicolò sta girando in lungo e in largo l’Italia per promuovere il suo ultimo libro “Un mondo possibile” (Rizzoli Bur) in cui spiega, con la consueta semplicità, concisione ed estremo realismo come guardare in faccia il futuro con coraggio e speranza.
Un “testamento” dall’incipit fulminante:
“Se la tua prima reazione è storcere il naso e chiudere questo libro, è perché sei stato condizionato a credere che stia andando tutto a rotoli e che tu non possa fare nulla per impedirlo. Perché, ti chiedi? Semplice: perché vende. Ebbene sì, l’insoddisfazione vende!”
Classe 1993, scrittore e attivista per i diritti umani originario di Cremona. Nicolò dirige una delle associazioni non profit più note, la Still I Rise (“Mi alzo ancora”), da lui fondata con altri volontari, che è arrivata ad aprire Scuole di eccellenza in sei Paesi del mondo, dando lavoro a 150 persone e raccogliendo circa 4.000.000 di euro l’anno attraverso le sole donazioni di privati.
Tra il 2019 e il 2024, dopo la prima scuola a Samos in Grecia, Nicolò guida il piano di espansione di Still I Rise, con l’apertura di tre Scuole di Emergenza e Riabilitazione: Nord Ovest della Siria, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, e due Scuole Internazionali, una in Kenya e l’altra in Colombia.
Nelle due Scuole Internazionali di Still I Rise viene offerto gratuitamente, il prestigioso ed avanzato percorso educativo certificato IB (International Baccalaureate). In particolare, la Scuola Internazionale in Kenya è stata negli scorsi mesi riconosciuta come IB World School, entrando così nel novero delle migliori Scuole del pianeta.
Una formazione di privilegio comunemente riservata alle élite economiche europee e americane che Still I Rise ha reso accessibile per la prima volta a profughi e vulnerabili delle periferie più povere del mondo.

Nel suo “Un Mondo possibile” Nicolò si siede accanto a te, ti emoziona, ti strattona la giacca e mentre lo leggi ti impedisce di stare lì fermo seduto.
Racconta storie ordinarie di vite straordinarie che parlano di un mondo in cui non esista più quella “impotenza appresa” che caratterizza i nostri anni.
Non è un libro per missionari dal cuore tenero. Niente pietismi, niente piagnucolii, niente pornografia letteraria tipo “commuoviti e fai una donazione”.
Govoni non ha scritto un libro, ma un viaggio. Anche dentro se stesso.
Questa è la nostra intervista

Quando hai capito di non essere più un cucciolo di elefante?*
* (metafora psicologica che si riferisce al fatto che da piccoli, gli elefanti vengono legati con una corda a un palo e non riescono a liberarsi. Crescendo, anche se diventano abbastanza forti da spezzare quella corda, non ci provano più, poiché hanno interiorizzato l’idea di non poterlo fare.)
E’ stato un percorso. L’ho capito poco a poco in diverse occasioni della mia vita.
La più recente, è stata qualche mese fa in Kenya quando la scuola rischiava di essere demolita per presunte irregolarità. Per anni ho avuto dentro il timore latente della burocrazia, della polizia, delle autorità. Questa paura incombente del tutto immaginaria mi faceva stare defilato e se qualcuno mi importunava io facevo un passo indietro. Non abbiamo mai pagato tangenti ma non andavamo neanche a muso duro, cercavo di non farmi notare di non turbare fantomatici equilibri inventati.
Poi è scoppiato il ricatto delle presunte irregolarità (totalmente false) e allora ho rotto il filo invisibile dell’elefante nel mio recinto mentale immaginario: siamo usciti in piazza e abbiamo fatto tutto il casino possibile per difendere la scuola. Lì ho capito che si poteva fare!
Mi sono detto ma allora non è vero che dobbiamo starcene a capo chino quando questi farabutti si fanno vedere, non è vero che se tu combatti ti schiacciano.
Still I Rise è stato per te anche un percorso terapeutico?
Assolutamente si. Il mio percorso personale interiore e quello esteriore di Still I Rise sono indissolubilmente legati.
Sai, sono partito come un ragazzino insicuro, fragile, ansioso. Still I Rise mi ha dato la possibilità di tentare, di fallire, di riprovare e di crescere. Soffro ancora d’ansia e sono ancora pieno di fragilità e difetti come tutti, ma sono un uomo migliore di prima. Ad esempio ho imparato a non vivere più alla giornata.
Negli anni 60 due psicologi americani introdussero il concetto di “impotenza appresa” (learned helplessness) tu sostieni che oggi più che mai viviamo in un mondo di impotenza appresa.
L’essere umano è una fantastica “macchina dell’apprendimento”, eppure ci impediamo di esprimere questo potenziale perché ci è stato insegnato a non crederci, è stata minata la nostra autostima in modi differenti.
Quando parlo di impotenza appresa – che è un po’ legato all’esempio dell’elefante che mi dicevi prima – intendo dire che c’è una diffusa sensazione soprattutto tra i ragazzi della mia età o più giovani di non poter fare qualcosa senza che ci sia chissà quale ragione straordinaria, come ci fosse sempre qualcuno più esperto, qualcuno che sa fare meglio, che sa fare prima. Questa retorica porta i giovani (ma non solo) ad essere isolati, impauriti, inermi. Ma il mondo non è completamente caos e minaccia.
Il sogno di troppi ragazzi si spegne prima ancora di arrivare ad essere un tentativo.

Come siete riusciti ad ottenere la certificazione che riconosce quella di Nairobi tra le scuole internazionali di eccellenza
E’ stato un processo molto graduale e per niente omogeneo. Una scuola ci mette due anni a fare la certificazione IB, noi in Kenya ne abbiamo impiegati tre, perché non eravamo pronti e abbiamo rimandato l’ispezione almeno tre volte.
Il titolo di “scuola internazionale di eccellenza” non è una stelletta che ti metti al petto. E’ un percorso. Una mamma un giorno ci ha detto “per favore insegnate ai nostri figli a non odiarci per la nostra povertà”.
Abbiamo subito chiarito a tutti i bambini: voi non siete qua perché siete meglio degli altri, voi siete qua perché secondo noi voi avete la forza per essere responsabili anche degli altri.
Abbiamo introdotto il volontariato all’interno della comunità e i bambini che studiano da noi vanno negli orfanotrofi a giocare con i bambini orfani, vanno per strada a giocare a calcio con tutti gli altri e danno da mangiare ai senza tetto. Abbiamo fatto in modo che avessero la possibilità di fare molto più lavoro individuale anziché essere sempre con un adulto che li esortasse. Anche questo vuol dire essere una scuola di eccellenza.
Saranno parte della classe dirigente del loro paese?
Lo Spero! Abbiamo a disposizione molte borse di studio e convenzioni con università in tutto il mondo affinché questo per loro sia solo l’inizio.

Hai spesso preso delle posizioni dure verso le Ong che sprecano soldi e quei turisti che si improvvisano volontari dell’ultima ora.
Il turista che diventa volontario per la settimana di vacanza è pericoloso. Crede che il suo contributo renda le cose accettabili, quindi il problema viene ridotto, viene svuotato.
Poi sinceramente in tantissime Ong – più o meno improvvisate – non vengono ottimizzate le risorse. Non c’è attenzione per la qualità, contano solo i numeri.
Raccolgono fondi a prescindere da come realmente li investono, e spesso anche da parte di chi dona non c’è veramente un interesse, un controllo dell’efficienza di quello che effettivamente fa quella organizzazione.
Se delle persone che non hanno nessuna competenza per creare una scuola che so… a Milano o ad Atene, perché dovrebbero averla per farla a Dar es Salam o a Nairobi o Lagos?
Con le scuole di lamiera non si cambiano davvero le cose.
Un consiglio ai giovani che vorrebbero fare i volontari?
Studiate! Va bene l’entusiasmo ma non basta. Se vuoi veramente fare del bene, formati, formati, formati. Fai – ad esempio- un corso della Croce Rossa che ti permetta di avere una certificazione e che ti autorizzi poi ad operare nel limite di quella certificazione.
Vuoi dare una mano ad una scuola e non sei un insegnante? Fai per tutto l’anno, tutti i giorni, un bel dopo scuola con i bambini rom della tua città. Ti formi in questo e solo dopo puoi pensare di andare in Africa – con delle competenze basiche magari – ma con qualcosa di reale da dare.
Non c’è il rischio che voi (ed altri) vi sostituiate allo Stato e al dovere dello Stato di garantire ai cittadini una istruzione degna di questo nome?
Si è un rischio concreto che abbiamo ben presente. Nel momento in cui uno Stato già corrotto vede che un servizio che dovrebbe erogare lui stesso viene coperto da qualcun altro, fa un passo indietro. Ma noi non solo non possiamo sottrarci perché quei bambini sono persone vere e non sono numeri, ma anche perché non servirebbe a niente.
Vedi, io credo che in uno Stato non corrotto le due realtà possano coesistere dando allo Stato stesso la possibilità di progredire nel tempo fino a che il “supporto dei volontari esterni” non sia più necessario. Se un governo vuole responsabilizzarsi lo può fare.
Ad esempio l’India era fortemente dipendente dall’aiuto esterno in tanti orfanotrofi che venivano finanziati, adesso il governo indiano, che ha più soldi ed è un paese molto più ordinato comincia ad avere finalmente le strutture necessarie; parecchie Ong hanno chiuso o si sono molto ridimensionate. Se un governo lavora bene arriva il momento in cui l’aiuto può diventare in parte superfluo.

Qual è l’errore più grande che hai fatto nella tua vita.
Tanti, te ne dico due: il primo è certamente l’esperienza del fallimento in Turchia* che però mi ha insegnato tantissimo. Il secondo è aver rotto così male senza motivo con la mia ragazza quando avevo 22 anni.
(*Still I Rise incontrò tali e tante difficoltà con le autorità Turche che fu costretta a chiudere la scuola “Beraber”)
Parte dei proventi de “Un Mondo Possibile” (Rizzoli Bur 16 euro) con 77 fotografie e storie realizzate dai bambini delle scuole di Still I Rise andranno a favore della costruzione di una scuola Still I Rise in Italia.


