Con una toccante ed efficace testimonianza, “Memorie da Algeri e da altri luoghi. Racconto autobiografico di una donna libera”(L’Harmattan Italia, Torino, ottobre 2024), l’autrice algerina Samia Kriens Chabane ci fa ripercorrere la storia di una vita, la propria, riflesso delle vicissitudini di un intero paese. Confida con sincerità: «Ho scritto quest’opera con la penna ma, in primo luogo, con tutta me stessa poiché, malgrado la distanza spazio–temporale maturata negli anni, conservo ancora quella sete di giustizia e di libertà che mi ha animato da bambina, da adolescente e, poi, da adulta, sia di fronte a comunità patriarcali crudeli, a regimi politici discriminatori che producono ineguaglianze sempre maggiori tra ricchi e poveri, sia di fronte alle manipolazioni ideologiche e a ogni sorta di deriva di cui le donne e le classi popolari sono state (e continuano a essere) le prime vittime» (p. 7).
Attraverso i ricordi d’infanzia, Samia Kriens Chabane evocal’Algeria in lotta per l’indipendenza dal colonialismo francese, con i grandi ideali e le tante illusioni, che presto cedono il passo alla realtà di uno stato intento a forgiarsi un’identità, in perenne bilico tra l’orgoglio per quanto ottenuto, il desiderio di chi ha combattuto di trarre vantaggio dai sacrifici compiuti, il clientelismo che mina le nascenti istituzioni e l’onnipresenza del partito trionfatore, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN).Scrive: «La nipote di Baba Sidi aveva partecipato, a nove anni, a [una delle tante] mascherate. Vestita con una gonna verde, una camicia bianca e con un fiore rosso in mano per rappresentare i colori della bandiera algerina, aveva intonato in coro i canti e assistito a discorsi di cui non capiva il contenuto. Aveva visto donne e uomini in lacrime, mentre cedevano tutto ciò che portavano addosso. Enormi panieri, destinati inizialmente alla dote delle spose, venivano riempiti con banconote e gioielli. Dietro le quinte si era avvicinata al maestro di cerimonie, l’imam, chiedendo innocentemente un po’ di denaro per la famiglia. Il suo candore era comparabile a quello di quanti avevano offerto regalie per la patria, ma l’imam le rispose scocciato: “Torna a casa, i soldi sono per l’Algeria”. Lo sperpero, la corruzione, le ruberie e lo sfruttamento del popolo cominciavano» (p. 26).
Sono le donne della sua famiglia (e non solo) che l’autrice rievoca, con parole di affetto, nostalgia e talvolta di rabbia: «Senza di loro, la lotta sarebbe stata aleatoria, imprecisa, imperfetta, incompiuta. Eppure, acquisita l’indipendenza, tale contributo non è stato riconosciuto al giusto valore. La componente femminile è stata fagocitata dall’Unione Nazionale delle Donne Algerine (UNFA), estranea alle preoccupazioni dei ceti popolari, presto recuperata da opportunisti e diretta dal partito unico, erede del FLN. Nel 1984, il potere ha rinchiuso le donne in un codice della famiglia, tuttora in vigore e da taluni rinominato “codice dell’infamia”, in cui il regime patriarcale ha stabilito che esse restino dei minori a vita!» (p. 19).
Restano pochi strumenti di riscatto: l’istruzione e l’accesso al mondo del lavoro ne sono l’espressione principale, rappresentando strumenti concreti per superare ataviche tradizioni percepite, da tante donne, specie in ambito urbano, come un fardello. Ma, nonostante qualche conquista, il “decennio nero” del terrorismo islamista, tra il 1990 e il 2000, rimette in questione la parità di genere, riduce al silenzio tante voci libere e ne obbliga altre all’esilio.
L’esperienza della migrazione coinvolge anche Samia Kriens Chabane che, dopo il matrimonio con un europeo, fortemente osteggiato in famiglia, lascia la terra natia – non ancora sconvolta da uno stato di quasi guerra civile – per il Belgio e, quindi, la Francia. All’arrivo, non tutto è come lei si attendeva: «La prima volta che mi sono confrontata col razzismo è stata in Belgio. Avevo lasciato l’Algeria a trentun anni, piuttosto contenta di partire da un paese in cui la libertà personale era assente, mentre un tale diritto ha sempre rappresentato una delle mie principali rivendicazioni, prima di diventare una vittoria da conseguire attraverso lotte incessanti e spossanti. Ho sfidato i miei familiari, la società e superato i sensi di colpa…» (p. 87). Con amarezza, Samia Kriens Chabane si rende conto quanto sia difficile integrarsi, quanto gli sguardi degli altri la facciano sentire estranea, quanta fatica richieda l’essere accettata in quell’Europa che lei riteneva la casa dei diritti umani.


