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Economia

Angola, il crollo di De Beers accelera la partita africana del diamante

In Angola la crescita della produzione e il crollo dei prezzi dei diamanti si intrecciano con la crisi di De Beers, che nel 2025 perde 511 milioni di dollari e vede il proprio valore dimezzato mentre è in vendita.

La crisi globale del diamante naturale entra in una fase decisiva e rimette al centro dell’Africa australe gli equilibri dell’intero settore. Nel 2025 De Beers, storico colosso del comparto estrattivo controllato da Anglo American, ha registrato perdite per 511 milioni di dollari, contro i 25 milioni dell’anno precedente. Una voragine finanziaria che equivale a circa 1,5 milioni di dollari al giorno e che ha portato la casa madre a dimezzare per la terza volta consecutiva il valore contabile della controllata: oggi De Beers vale 2,3 miliardi di dollari.

Il ridimensionamento non è solo un fatto contabile. Anglo American ha messo in vendita la società e punta a chiudere l’operazione entro la fine dell’anno. La svalutazione gioca a favore dei potenziali acquirenti, che potrebbero presentare offerte sotto la soglia dei 2 miliardi di dollari. Tra gli interlocutori ritenuti “molto credibili” figurano governi africani come Botswana, Angola e Namibia, già centrali nella geografia produttiva del diamante.

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La crisi non è improvvisa. Dal 2023 il mercato soffre una combinazione di fattori strutturali e congiunturali. Nel 2025 l’indice medio dei prezzi dei diamanti è sceso del 12%, mentre l’offerta di grezzi ha superato la domanda. Il segmento di alta gamma e il mercato statunitense continuano a mostrare resilienza, ma il commercio delle pietre naturali resta sotto pressione. Negli Stati Uniti circa il 60% delle vendite di anelli riguarda ormai diamanti sintetici, un cambiamento che erode quote e marginalità dei produttori tradizionali.

A pesare è stata anche l’introduzione, nel 2025, di dazi statunitensi sulle importazioni dall’India, paese dove viene tagliato circa il 90% dei diamanti grezzi mondiali. La misura ha inciso su una filiera già fragile, aumentando i costi e comprimendo ulteriormente la domanda.

Sul piano industriale, la situazione è particolarmente delicata in Botswana, dove la miniera di Jwaneng – uno dei giacimenti più importanti al mondo – necessita di investimenti stimati tra 8 e 10 miliardi di dollari per l’espansione sotterranea. In un contesto di prezzi depressi, tali impegni diventano difficili da sostenere.

Nel frattempo l’Angola, terzo produttore mondiale, contribuisce indirettamente alla pressione ribassista. Dopo aver toccato il record di 14 milioni di carati nel 2025, Luanda punta a superare i 17 milioni entro il prossimo anno, avvicinandosi ai 21 milioni prodotti da De Beers nel 2025. Le miniere angolane, in gran parte a cielo aperto, richiedono investimenti inferiori rispetto a quelle sotterranee e consentono di immettere sul mercato volumi elevati a prezzi molto competitivi.

Questa dinamica alimenta un clima di ribasso che ha inciso anche sulla valutazione di De Beers. Paradossalmente, però, il calo del valore potrebbe favorire proprio l’Angola, che figura tra i candidati dichiarati all’acquisizione. Il risultato è una partita strategica in cui produzione, finanza e sovranità nazionale si intrecciano: il futuro del diamante naturale potrebbe dipendere meno dal prestigio storico dei marchi e più dagli equilibri geopolitici dell’Africa australe.

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