Esecuzioni record in Arabia Saudita. Nel Regno, le autorità hanno giustiziato almeno 356 persone nel 2025 -ha dichiarato Human Rights Watch- stabilendo un nuovo limite nel Paese, per il numero più alto di esecuzioni annuali dall’inizio del monitoraggio. Tale cifra supera il già elevato numero del 2024, quando le persone “giustiziate” sono state 345.
“La fine del 2025 ha cristallizzato – ha affermato Joey Shea, ricercatore per l’Arabia Saudita presso Human Rights Watch – una tendenza terrificante in Arabia Saudita, con un’impennata record di esecuzioni per il secondo anno consecutivo”. “I governi dovrebbero immediatamente fare pressione sulle autorità del principe ereditario Mohammed bin Salman affinché fermino tutte le esecuzioni”.
La causa dell’aumento è connesso al grande numero di stranieri, coinvolti per reati di droga non letali. Secondo le organizzazioni non governative Reprieve e l’Organizzazione Saudita Europea per i Diritti Umani (ESOHR), 240 delle persone giustiziate erano state condannate per reati di droga non letali e 188 di loro erano stranieri. Le autorità hanno giustiziato 98 persone nel 2025 per accuse esclusivamente relative all’hashish.
Il sistema giuridico saudita è crudele, infatti, tra le persone uccise dal boia c’erano almeno due uomini condannati per crimini presumibilmente commessi quando erano bambini. Il 20 ottobre, le autorità hanno giustiziato Abdullah al-Derazi, condannato a morte per accuse di terrorismo, relative alla partecipazione a proteste e cortei funebri. Al-Derazi, che aveva 17 anni al momento dei presunti reati nel 2012, apparteneva alla minoranza musulmana sciita del Paese, che da tempo subisce sistematiche discriminazioni e violenze da parte del Governo.
Il 21 agosto, le autorità hanno giustiziato Jalal al-Labbad, che aveva 15 anni al momento dei presunti reati. Le autorità saudite lo avevano arrestato nel 2017, – ha riferito l’ESOHR- per aver partecipato a manifestazioni e funerali. Sia al-Derazi che al-Labbad sarebbero stati torturati durante la prigionia.
Questi esempi non sono isolati, anche altri imputati accusati di aver commesso crimini da bambini rischiano l’esecuzione – sempre secondo Human Rights Watch – tra cui Yousef al-Manasif, Ali al-Mabiouq, Jawad Qureiris, Ali al-Subaiti, Hassan al-Faraj e Mahdi al-Mohsen,
Riyadh cerca di reprimere anche il dissenso nonviolento, infatti il 14 giugno le autorità hanno giustiziato Turki al-Jasser, un giornalista noto per aver denunciato la corruzione all’interno della famiglia reale.
Il diritto internazionale dei diritti umani, inclusa la Carta araba dei diritti umani, ratificata dall’Arabia Saudita, obbliga i paesi che applicano la pena di morte a farlo solo per i “crimini più gravi” e in circostanze eccezionali. Il numero record di esecuzioni ha suscitato le preoccupazioni anche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che ha rilasciato una dichiarazione in tal senso, nel novembre 2022. Questa presa di posizione è stata adottata dopo che l’Arabia aveva posto fine a una moratoria non ufficiale, di 21 mesi, sull’uso della pena di morte per reati connessi alla droga.
Il diritto internazionale, inclusa la Convenzione sui diritti dell’infanzia, di cui l’Arabia Saudita è parte, prevede – invece – il divieto assoluto della pena capitale per i crimini commessi da minori.
Human Rights Watch si oppone alla pena capitale in tutti i Paesi e in tutte le circostanze per una questione di principio, perché questa forma di punizione è disumana, unica nella sua crudeltà e irreversibilità, e universalmente afflitta da arbitrarietà, pregiudizio ed errore.
L’Arabia Saudita, grazie agli enormi introiti derivanti dal petrolio, di cui è uno dei principali produttori, con un fondo sovrano di investimento di centinaia di miliardi di dollari, è fra i giganti dell’economia mondiale, perciò invece di essere posto ai margini dalla comunità internazionale ne decide le sorti. La monarchia ha superato, infatti, senza conseguenze, l’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi, critico con il regime, nel consolato saudita di Istambul.
Il Regno è fra coloro che più si oppongono alla lotta al cambiamento climatico, essendo fra i primi dieci emetittori mondiali di carbonio pro capite. Non è un caso che il Regno abbia bloccato qualsiasi riferimento all’eliminazione graduale dei combustibili fossili durante i negoziati Coop 29. L’Arabia ha anche annunciato di voler aumentare la capacità produttiva di petrolio nel periodo 2025-27.
Sono note, inoltre, le discriminazoni subite dalle donne anche in materia di matrimonio, divorzio, eredità e custodia dei figli. I difensori dei diritti umani – afferma Amnesty International – sono stati sottoposti ad arresti arbitrari, processi iniqui, che hanno causato lunghe pene detentive.
Per darsi un’immagine diversa, in cui anche farsi il segno della croce può causare grossi guai, la petromonarchia ha investito miliardi nello sport, per ripulirsi l’immagine, comprando molti atleti di primissimo piano, fra cui Cristiano Ronaldo e nel 2034 i mondiali di calcio saranno disputati proprio a Riyadh. Questa assegnazione ha fatto insorgere le ONG, ad esempio per Amnesty International ciò “comporta gravi rischi per i diritti umani”, se non verranno introdotte importanti riforme per impedire lo sfruttamento e misure sulla sicurezza sul lavoro.
“Le celebrità, gli atleti e tutti coloro che cercano di trarre profitto dall’insabbiamento della situazione dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita dovrebbero riconsiderare la questione – ha affermato Shea – basandosi sul numero di esecuzioni avvenute nel 2025, per stabilire se vale la pena associare il denaro a questa serie di omicidi”


