Nelle stesse ore in cui circolano le immagini delle atlete iraniane che, dopo la vittoria ai Giochi asiatici, festeggiano danzando senza velo sulle note di musica curda, il capo della magistratura della Repubblica Islamica chiede una stretta contro chi non porta l’hijab. Da una parte c’è un gesto di gioia spontanea, dall’altra l’apparato che lo considera una minaccia. Tah nadâre significa “non ha fondo”, e descrive bene una disobbedienza che non si esaurisce con la repressione. I Giochi asiatici di Aichi-Nagoya sono in corso in Giappone dal 19 settembre, e per le atlete iraniane sono diventati un palcoscenico internazionale. Quel ballo sulle note curde — un omaggio che, a pochi giorni dal quarto anniversario, evoca direttamente la memoria della curda iraniana Jina Mahsa Amini — va oltre la semplice festa, trasformandosi in un messaggio di resistenza e di legame tra le minoranze e il paese. Mentre Teheran cerca di blindare lo spazio fisico con nuove leggi, la vera spina nel fianco per il potere è questa, una disobbedienza quotidiana di massa che vuole normalizzare la vita senza velo. E se il regime stringe le maglie, i social media amplificano questa resistenza su scala globale, rendendo lo spazio digitale un campo di battaglia che la censura non riesce a recintare.
In Iran vige un divieto di fatto per le donne di cantare da sole in pubblico e di ballare, sanzionato attraverso le norme su moralità pubblica e hijab obbligatorio. Il ballo pubblico, soprattutto misto o con musica considerata “immorale”, viene perseguito attraverso una serie di norme, leggi sulla “corruzione dei costumi” (mafased-e akhlaghi), sull’hijab obbligatorio se il ballo comporta il mostrarsi senza velo, e rigidissimi regolamenti sugli eventi pubblici che di fatto escludono ogni autorizzazione per feste danzanti miste. Il ballo femminile in pubblico è sistematicamente sanzionato: ci sono stati arresti per video di balli postati online, o divieti per feste di matrimonio con musica e ballo. Non è la prima volta, comunque, che una festa sportiva diventa un caso politico. Nel luglio 2025 la FIBA cancellò dopo circa due ore il video in cui la nazionale femminile di basket iraniana festeggiava ballando, in un momento di pura spontaneità e gioia, dopo il reclamo delle autorità di Teheran, che l’avevano giudicato “non islamico”. Questa volta la risposta del potere è arrivata lunedì 28 settembre. Gholamhossein Mohseni-Ejei, una delle figure più potenti, influenti e di linea dura dell’apparato giudiziario e politico della Repubblica Islamica dell’Iran, ha parlato al Consiglio Supremo della Magistratura e ha chiesto al procuratore generale di agire con decisione contro le donne che compaiono in pubblico senza velo, cosa che ha definito “nudità”, aggiungendo che sia il presidente Pezeshkian che il presidente del Parlamento appoggiano l’azione. Non è una novità: già nel novembre 2025 Mohseni-Ejei, parlando a Qom, aveva additato il rifiuto del velo come il frutto di una cospirazione ordita dai nemici stranieri dell’Iran, cioè le potenze straniere avversarie.
Il paradosso è che ogni divieto crea nuove occasioni di sfida. Nel 2022 la scalatrice Elnaz Rekabi gareggiò a Seul con una semplice fascia, e al ritorno fu accolta da una folla festante all’aeroporto di Teheran: le atlete che sfidano le regole sono spesso celebrate come eroine dall’opinione pubblica. Una vittoria sportiva vissuta con leggerezza, un ballo condiviso online: sono gesti piccoli, ma il potere li vive come una sfida, perché non si possono facilmente sanzionare né cancellare.
È l’evoluzione di una stretta iniziata all’indomani della morte di Jina Mahsa Amini. Dietro la facciata della sospensione temporanea della polizia morale, nel 2024 il Parlamento ha calato la carta della legge su “castità e hijab”, avviando un triennio di sanzioni severissime. Con la mossa odierna, il regime mette a tacere ogni ambiguità, chiudendo ogni margine di tolleranza, per passare a un’offensiva giudiziaria e repressiva a tutto campo.
Chiedendo al procuratore generale di agire con decisione e mettendo la questione “subito all’ordine del giorno”, si pretende che i tribunali e i pubblici ministeri trattino il mancato uso dell’hijab non più come una piccola infrazione amministrativa, ma come un crimine da perseguire immediatamente e con severità. Il regime ha deciso dunque di riprendere il controllo con il pugno di ferro dello spazio pubblico e digitale, cercando di terrorizzare chiunque considerasse acquisita quella piccola libertà quotidiana.


