Un rapporto di oltre 300 pagine pubblicato da Human Rights Watch riporta l’attenzione internazionale su una delle crisi più gravi e meno raccontate dell’Africa contemporanea: quella del Burkina Faso, dove dal 2023 si consuma una spirale di violenze che coinvolge esercito, milizie e gruppi jihadisti, con conseguenze devastanti per la popolazione civile.
Secondo il documento, basato su due anni di indagini e oltre 450 testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025, almeno 1.800 civili sono stati uccisi e decine di migliaia costretti a fuggire. Le responsabilità, sottolinea l’organizzazione, sono diffuse: sia le forze governative sia i gruppi armati islamisti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Al centro delle accuse più gravi vi è la campagna condotta dall’esercito e dalle milizie alleate contro la comunità peule, descritta come una vera e propria operazione di “pulizia etnica”. I civili appartenenti a questo gruppo sono stati sistematicamente presi di mira sulla base di presunti legami con i jihadisti, in una logica di sospetto collettivo che ha trasformato intere comunità in bersagli militari.
Il contesto è quello di un paese guidato dalla giunta militare del presidente Ibrahim Traoré, salita al potere nel 2022 con la promessa di fermare l’avanzata jihadista. Tuttavia, secondo il rapporto, le strategie di contro-insurrezione adottate hanno prodotto un effetto opposto, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza e radicalizzazione.
Tra gli episodi documentati, uno dei più gravi risale al dicembre 2023, quando oltre 400 civili sarebbero stati uccisi in una serie di attacchi contro villaggi nei pressi di Djibo, nel nord del paese, durante un’operazione militare. Testimonianze raccolte parlano di esecuzioni sommarie, villaggi rasi al suolo e ordini espliciti di non lasciare sopravvissuti.
Parallelamente, anche il gruppo jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin, legato ad al-Qaeda e guidato da Iyad Ag Ghaly, è responsabile di massacri indiscriminati. Nell’agosto 2024, a Barsalogho, almeno 133 civili – tra cui numerosi bambini – sono stati uccisi in un attacco che ha colpito un’intera comunità accusata di collaborare con le milizie governative.
Il conflitto ha assunto così una dimensione totale, in cui la distinzione tra combattenti e civili si è progressivamente dissolta. Le tattiche impiegate includono assedi prolungati, distruzione di infrastrutture, uso di ordigni esplosivi improvvisati e blocco degli approvvigionamenti, con effetti diretti su fame, malattie e sfollamenti forzati.
Un altro elemento critico evidenziato dal rapporto è l’impunità quasi totale. Le istituzioni giudiziarie nazionali appaiono incapaci – o non disposte – a perseguire i responsabili, mentre il governo nega o minimizza le accuse. In questo contesto, Human Rights Watch chiede un intervento della comunità internazionale, inclusa un’azione della Corte penale internazionale.
La crisi del Burkina Faso resta tuttavia largamente marginale nel dibattito globale, nonostante la sua intensità e la portata delle violazioni documentate. È una guerra “invisibile”, che si consuma lontano dai riflettori ma che pone interrogativi cruciali sul funzionamento delle operazioni di contro-terrorismo, sulla responsabilità degli Stati e sul destino delle popolazioni civili intrappolate tra più fronti.


