Il Burundi è oggi al centro di una dinamica migratoria regionale senza precedenti recenti, segnata da due movimenti simultanei e contraddittori: da un lato, un afflusso crescente di persone in fuga dall’est della Repubblica Democratica del Congo; dall’altro, un tentativo di accelerare il rimpatrio dei rifugiati burundesi accolti in Tanzania, in un contesto che molte testimonianze definiscono sempre meno volontario.
Secondo le stime comunicate dal personale dell’HCR e riprese dal giornalista Esdras Ndikumana, tra 40.000 e 45.000 rifugiati provenienti dalla RDC sono entrati in Burundi fino a mercoledì scorso. Solo nella comune di Cibitoke, nelle ultime due settimane, ne sono arrivati oltre 30.000, mentre altri 10.000 hanno raggiunto Gatumba attraverso la frontiera di Uvira tra martedì e mercoledì.
A questo flusso terrestre si aggiunge un attraversamento lacustre: circa 2.000 persone hanno lasciato in piroga il settore di Fizi, approdando a Magara (1.800 arrivi) e a Rumonge (400). Sono movimenti dettati dall’urgenza, spesso dalle violenze dirette, come testimoniano i racconti di famiglie che riferiscono di bombardamenti sulle loro abitazioni e di interi villaggi – Luvungi, Bwegera, Luberizi, Mutarule, Sange – trasformati in scenari di fuga generalizzata e, talvolta, in luoghi di morte.
ont accosté à Magara (+1.800) et Rumonge (400) jusqu’à aujourd’hui
Si on ajoute les 70.000 réfugiés arrivés au Burundi cette année lors de la prise de Goma et Bukavu, et 90.000 ô de longue date certains depuis 30 ans, cela constitue « poids énorme » pour le #Burundi (HCR)— esdras ndikumana (@rutwesdras) December 11, 2025
L’HCR segnala che, se si aggiungono i 70.000 rifugiati entrati nel Paese all’inizio dell’anno in seguito alla presa di Goma e di Bukavu, insieme ai circa 90.000 presenti da tempo (anche da tre decenni), il Burundi sta affrontando un peso umanitario definito «enorme».
Parallelamente, sul versante opposto della mobilità regionale, si apre un fronte di tensione crescente. La 26a riunione della Commissione tripartita – Tanzania, Burundi e HCR – del 28 novembre 2025 ha stabilito l’obiettivo di accelerare il rimpatrio volontario di 82.000 rifugiati burundesi in quattro mesi, al ritmo di 3.000 rientri settimanali: 2.000 dal campo di Nduta e 1.000 da quello di Nyarugusu.
Una tempistica che la responsabile della protezione internazionale dell’HCR-Burundi, Rose Mendée Dusenge, definisce estremamente ridotta. Preoccupazione condivisa dal presidente della Commissione nazionale indipendente per i diritti umani del Burundi (CNIDH), Martin Blaise Nyaboho, che si dice «profondamente scioccato». Pur riconoscendo che alcuni ritorni recenti si sono svolti in condizioni accettabili, Nyaboho sottolinea l’irrealismo di un rientro così massiccio in così poco tempo, soprattutto in un Paese che già gestisce importanti flussi di sfollati in arrivo dalla RDC.
Nei campi di Nyarugusu e Nduta, numerosi rifugiati burundesi denunciano intimidazioni, violenze e un clima di pressione costante. Testimonianze raccolte in anonimato riferiscono di trattamenti discriminatori rispetto ai rifugiati congolesi, che avrebbero accesso più agevole all’istruzione, ai servizi sanitari e alle attività commerciali.
Alcuni racconti descrivono arresti arbitrari ai danni dei burundesi fuori dai campi, con accuse costruite, detenzioni e, talvolta, torture, seguite da rimpatri forzati. Vi sarebbero persino – secondo tali testimonianze – collaborazioni tra agenti dell’intelligence burundese e forze di polizia tanzaniane. La crescente insicurezza ha già spinto alcuni rifugiati a dirigersi verso altri Paesi della regione.
Perché molti temono il ritorno? Al di là delle rassicurazioni ufficiali sul ristabilimento della calma in Burundi, diversi rifugiati sostengono di avere prove di abusi commessi su persone rimpatriate: casi di tortura, detenzione e persino omicidi. Foto e testimonianze sarebbero state presentate anche alla Commissione tripartita.
In queste condizioni, osservano, la nozione di “ritorno volontario” rischia di perdere significato. Le famiglie chiedono garanzie effettive di sicurezza, dignità all’arrivo e assistenza concreta per la reintegrazione, elementi imprescindibili secondo gli standard internazionali sul rimpatrio.
Il quadro che emerge è quello di un Paese che accoglie decine di migliaia di persone in fuga dal conflitto congolese mentre, contemporaneamente, viene chiamato a ricevere un numero altrettanto elevato di cittadini di ritorno dalla Tanzania. Questo duplice movimento di entrata e rientro mette sotto pressione istituzioni, comunità locali e infrastrutture umanitarie, rischiando di amplificare vulnerabilità già esistenti.
Il nodo cruciale rimane la volontarietà del rimpatrio: un principio non negoziabile nel diritto internazionale, che richiede un consenso libero, informato e privo di coercizioni. Le testimonianze raccolte suggeriscono che questo requisito non sia pienamente garantito.


