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Diritti umani

Burundi, quindici anni dopo il massacro di Gatumba restano le domande sulla strage di “Chez les amis”

In Burundi, a quindici anni dal massacro di 39 persone nel bar “Chez les amis” di Gatumba, gli interrogativi ancora aperti sulle responsabilità della strage.

Oggi, 18 settembre 2026, ricorrono quindici anni dal massacro di Gatumba, una delle pagine più sanguinose della storia recente del Burundi. La sera del 18 settembre 2011 un gruppo di uomini armati fece irruzione nel bar “Chez les amis”, nella località di Gatumba, non lontano da Bujumbura e dal confine con la Repubblica Democratica del Congo, aprendo il fuoco contro le persone presenti.

Il bilancio generalmente riportato dalle autorità dell’epoca fu di 39 morti, anche se Human Rights Watch, sulla base delle proprie verifiche, riuscì a documentare almeno 37 vittime. Decine di persone rimasero ferite. Nel locale si trovavano anche alcuni membri della squadra di calcio Espoir, riuniti per festeggiare una vittoria. Tra le vittime vi furono il proprietario del bar, alcuni dipendenti, donne e bambini.

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Secondo le testimonianze raccolte successivamente da Human Rights Watch, gli assalitori erano circa otto o dieci, alcuni in uniforme militare e altri in abiti civili. Avrebbero dapprima sparato contro le persone all’esterno del locale, per poi entrare nel bar e fare fuoco indiscriminatamente sulla folla. La Commissione nazionale indipendente per i diritti umani del Burundi riferì inoltre dell’impiego di armi da fuoco, granate e armi bianche.

A quindici anni di distanza, la memoria di quella notte torna è ancora viva nel dibattito pubblico burundese: chi erano le vittime del bar “Chez les amis”, che cosa facevano, perché furono uccise e, soprattutto, chi ordinò l’attacco? Dopo quindici anni le responsabilità politiche e operative della strage non sono ancora state stabilite.

Su questo punto è necessario distinguere tra fatti accertati, ricostruzioni giudiziarie e accuse politiche. Per molti la responsabilità dell’attacco è dell’apparato di potere del CNDD-FDD durante la presidenza di Pierre Nkurunziza, tuttavia questa attribuzione non può essere presentata come un fatto definitivamente stabilito, perché fin dall’indomani della strage emersero infatti versioni contrastanti. Il Service national de renseignement burundese accusò Agathon Rwasa, storico leader delle Forces nationales de libération (FNL), di aver pianificato l’attacco. Al tempo stesso, alcuni imputati e altre fonti sostennero il coinvolgimento di membri della polizia e dei servizi di intelligence. La Ligue Iteka osservò nel suo rapporto relativo al 2011 che il rapporto della commissione istituita dopo il massacro non era stato reso pubblico e che continuavano a esistere interrogativi sui mandanti.

Anche Human Rights Watch, dopo avere raccolto testimonianze di sopravvissuti, residenti e funzionari locali, ricostruì differenti ipotesi sul contesto e sulla dinamica dell’attacco, comprese versioni che chiamavano in causa i servizi di sicurezza. L’organizzazione precisò però di non essere in grado di confermare quelle ricostruzioni.

Il procedimento giudiziario portò nel gennaio 2012 alla condanna all’ergastolo di sette dei 21 imputati, mentre altri ricevettero pene inferiori. Ma il processo fu accompagnato da contestazioni e dubbi. In particolare, la difesa denunciò la mancata comparizione di figure appartenenti agli apparati di sicurezza che riteneva essenziali per chiarire la vicenda.

È precisamente questa distanza tra una verità giudiziaria formalmente prodotta e una verità storica e politica ancora contestata a spiegare perché Gatumba continui a essere oggetto di discussione quindici anni dopo.

Il massacro avvenne infatti in una fase particolarmente delicata della storia burundese. Le contestate elezioni del 2010, vinte dal CNDD-FDD e boicottate da una parte dell’opposizione, avevano aperto una nuova stagione di tensione. Omicidi politici, esecuzioni extragiudiziali, scontri tra forze di sicurezza e gruppi armati e sparizioni alimentarono il timore che il Paese potesse precipitare nuovamente nella violenza dopo la lunga guerra civile conclusasi pochi anni prima. La stessa Commissione nazionale indipendente per i diritti umani collegò il massacro di Gatumba a un clima politico e di sicurezza segnato dalla ripresa delle violenze.

Quindici anni dopo, dunque, ricordare le 39 persone uccise a “Chez les amis” significa anche interrogarsi su ciò che una società fa delle proprie violenze irrisolte. Un anniversario non restituisce automaticamente la verità e il trascorrere del tempo non chiude necessariamente una ferita politica. Può, al contrario, rendere ancora più evidente la distanza tra memoria, giustizia e accertamento delle responsabilità.

Nel Burundi contemporaneo, Gatumba rimane così non soltanto il nome di una strage, ma quello di una domanda ancora aperta sulla possibilità di trasformare il ricordo delle vittime in conoscenza condivisa e la conoscenza in giustizia.

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