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Diritti umani

Burundi, sette rifugiati congolesi uccisi dalla polizia durante una protesta per il rimpatrio

In Burundi sette rifugiati congolesi, tra cui un bambino, sono stati uccisi dalla polizia durante una protesta pacifica per chiedere il rimpatrio volontario nella Repubblica Democratica del Congo, riaccendendo le preoccupazioni sulla tutela dei profughi.

In Burundi una manifestazione pacifica organizzata da donne rifugiate congolesi si è trasformata in una tragedia. Il 22 luglio, davanti agli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nel campo di Busuma, nella provincia di Buhumuza, la polizia burundese ha aperto il fuoco con munizioni vere contro i manifestanti, uccidendo sei donne e un bambino. Decine di persone sono rimaste ferite e altre sono state arrestate.

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Secondo le testimonianze raccolte sul posto, circa un centinaio di donne provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo si erano radunate per chiedere l’organizzazione del loro rimpatrio volontario verso il Sud Kivu, sostenendo che in alcune aree dell’est del Paese le condizioni di sicurezza fossero migliorate. La protesta sarebbe rimasta pacifica fino all’intervento delle forze di sicurezza.

Il campo di Busuma è stato aperto nel dicembre 2025 per accogliere la popolazione in fuga dagli intensi combattimenti nell’area di Uvira, dove si sono scontrati i ribelli dell’AFC/M23, l’esercito congolese e altri gruppi armati. Oggi ospita circa 70.000 rifugiati congolesi, diventando uno dei più grandi insediamenti per sfollati presenti in Burundi.

Da mesi i rifugiati denunciano condizioni di vita estremamente difficili: sovraffollamento, scarsità di cibo, malnutrizione, insufficiente accesso all’acqua potabile, servizi sanitari limitati e condizioni igieniche precarie. Donne e bambini risultano le categorie più vulnerabili, con un aumento di malattie prevenibili e una crescente percezione di abbandono.

Le richieste di rientro volontario si sono intensificate dopo la riapertura, nel febbraio 2026, della frontiera tra Burundi e Repubblica Democratica del Congo. Sebbene migliaia di persone abbiano potuto fare ritorno nelle proprie comunità, numerosi rifugiati sostengono di essere stati trattenuti nei campi burundesi nonostante ricevessero notizie rassicuranti dai familiari rimasti nelle zone di origine.

Le difficoltà nei campi profughi non rappresentano un fenomeno nuovo. Già all’inizio dell’anno organizzazioni locali avevano denunciato oltre cento decessi in poche settimane nei centri di transito, attribuiti principalmente a malnutrizione, mancanza di cure mediche e condizioni di accoglienza insufficienti. Erano inoltre emerse segnalazioni di aggressioni ai danni dei rifugiati da parte di civili.

Al momento le autorità del Burundi non hanno diffuso una ricostruzione dettagliata dell’accaduto né annunciato l’apertura di un’inchiesta indipendente. Organizzazioni per i diritti umani chiedono invece un’indagine rapida e imparziale, sottolineando che fare piena luce sull’uso della forza contro persone rifugiate rappresenta un passaggio essenziale per garantire responsabilità e tutela dei diritti fondamentali.

L’episodio riporta al centro dell’attenzione una questione che coinvolge non solo il governo burundese, ma anche la comunità internazionale e le agenzie umanitarie: quella della protezione delle persone costrette a fuggire dalla guerra e del diritto di poter rientrare volontariamente nel proprio Paese quando le condizioni lo consentono.

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