In un Paese che da decenni avvolge la sua storia in un tessuto di continuità imperscrutabile, i giovani del Camerun si ergono come fari di vulnerabile speranza e disperata determinazione. Mentre il sipario sulla scena politica sembra ormai tirato con forza dall’ombra di un presidente, Paul Biya, alle soglie del suo novantatreesimo anno di vita e al potere da 43 anni ininterrotti, i giovani non si arrendono. Sono loro il cuore pulsante di una resistenza silenziosa ma vibrante, che ha chiesto con fervore elezioni libere.
Ma anche questa volta, l’esito delle presidenziali appare scontato, schiacciato da una leadership sempre più distante dalle istanze di un popolo in crescita.
Negli ultimi sei mesi, il cammino degli attivisti e dei sostenitori dell’opposizione, soprattutto della diaspora, è stato segnato da violazioni dei diritti e restrizioni. Centinaia di esponenti del dissenso sono stati arrestati, in particolare nel corso delle manifestazioni davanti al Consiglio Costituzionale di Yaoundé, durante le udienze di appello contro decisioni del consiglio elettorale.
Sono stati momenti di pura tensione quelli che hanno preceduto giornata di voto odierna, in un Paese in cui il diritto di manifestare e di dissentire sembra vivere a stento sotto le pressioni di un regime che preferisce il silenzio al confronto.
Eppure, proprio in questa stagione di repressione, si accende un fuoco invisibile che brucia nel cuore dei giovani camerunesi: la volontà di non cedere, di continuare a credere in un cambiamento possibile. Le proteste, le assemblee, i gesti simbolici di solidarietà sono stati spesso prontamente vietati. Eventi pubblici organizzati dai partiti di minoranza sono stati cancellati sul nascere, come tentativi di soffocare ogni voce critica. A cominciare dal principale oppositore, escluso dalle elezioni presidenziali del 12 ottobre, dalla Commissione elettorale che lo scorso luglio aveva ridotto a 13 su 83 candidati, gli ammessi.
Non sono mai state fornite motivazioni ufficiali per l’esclusione dell’avvocato 71enne che era arrivato secondo nelle elezioni del 2018 con il 14% dei voti contro il 71% attribuito a Biya.
Nonostante la forza delle voci della protesta, quella autentica e vibrante, la decisione della Commissione non è mutata.
Dopo l’inasprirsi della reazione delle forze di sicurezza il dissenso si è spostato nella resistenza silenziosa quotidiana, nel coraggio di chi si confronta con umiliazioni e minacce per portare avanti il sogno di un Camerun più giusto e libero.
I giovani camerunesi non sono solo spettatori di un’elezione già pronta, ma protagonisti di un’opera di resistenza il cui significato va oltre i numeri dei voti espressi. Sono portatori di una speranza che sfida l’ombra di un potere che dura da troppo tempo, un esempio di come la fragilità di un sistema possa essere sventata dalla tenacia di chi non smette di credere nel cambiamento. Rappresentano la chiamata di una generazione che non si piega, la Gen Z, che si oppone con ogni mezzo possibile, che resiste nonostante le manette e le intimidazioni, alimentando un fuoco che, anche se timidamente acceso, rischiara il cammino di un futuro da conquistare.
Il loro coraggio, spesso silenzioso, è un messaggio universale: la speranza di un’alba diversa non muore mai, anche nelle notti più oscure.
Per ora sembra ne il Camerun non riesca a voltare pagina, ma almeno ci hanno provato, ricordandoci che il vero potere risiede nella volontà di non arrendersi, nel desiderio di cambiare, nel sogno di un paese in cui le voci giovani possano finalmente risuonare libere e pieni di speranza.
Se Issa Tchiroma Bakary, il candidato dell’opposizione, riuscisse a prevalere, Paul Biya, sarà sconfitto dalla voglia di cambiamento dei giovani.


