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Diritti umani

Camerun, otto donne uccise in una settimana: la calciatrice Nchout Njoya Ajara rompe il silenzio sui femminicidi

In Camerun almeno otto donne sono state uccise in una settimana: la calciatrice Nchout Njoya Ajara denuncia l’ondata di femminicidi mentre cresce la pressione sul governo per accelerare la legge contro la violenza di genere.

Almeno otto donne uccise nell’arco di una sola settimana. È la sequenza di femminicidi che alla fine di agosto ha provocato una forte reazione in Camerun, riportando al centro del dibattito pubblico la violenza di genere e la capacità delle istituzioni di prevenirla. A intervenire è stata anche Nchout Njoya Ajara, una delle più note calciatrici camerunesi, che ha invitato il paese a non restare indifferente di fronte a quella che ha definito una «tragica ondata» di femminicidi.

«Essere una donna in Camerun non dovrebbe mai essere un rischio», ha affermato la trentatreenne attaccante, che nel corso della sua carriera ha giocato in diversi campionati internazionali, dalla Russia alla Svezia, dalla Norvegia alla Spagna, fino all’Italia e all’Arabia Saudita. Tra le sue esperienze figurano anche Atlético Madrid e Inter. Il suo intervento ha avuto particolare risonanza per la nettezza del messaggio: «Di fronte alla tragica ondata di femminicidi che ha colpito il nostro paese negli ultimi giorni, il silenzio è complicità».

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L’ultimo caso segnalato alla fine di agosto riguarda una donna di 44 anni uccisa in una stanza d’albergo nella capitale Yaoundé. Secondo le informazioni disponibili, sarebbe stata accoltellata da un giovane di 22 anni, successivamente arrestato. Ma l’episodio si inserisce in una successione di violenze avvenute in diverse zone del paese, molte delle quali ricondotte alla sfera domestica.

I dati ufficiali restituiscono una situazione preoccupante anche al di là dell’emergenza degli ultimi giorni. Tra gennaio e aprile 2026 almeno 50 donne sarebbero state uccise in Camerun, mentre nell’intero 2025 i casi registrati erano stati 77. Numeri che, pur non essendo direttamente comparabili a causa dei differenti periodi considerati, mostrano la gravità e la persistenza del fenomeno.

La questione è ormai entrata anche nel confronto politico. Il Cameroon Renaissance Movement (CRM), formazione di opposizione, ha denunciato la «tragica ricorrenza dei femminicidi domestici», accusando il governo di non avere reagito con sufficiente determinazione. Anche l’esecutivo ha riconosciuto la gravità della situazione. La ministra per la Promozione della donna e della famiglia, Marie-Thérèse Abena Ondoa, ha condannato pubblicamente l’aumento delle uccisioni, definendolo preoccupante e assicurando che le autorità stanno lavorando per contrastare il fenomeno.

Al centro dell’attenzione c’è soprattutto un progetto di legge destinato a rafforzare la protezione delle donne contro la violenza di genere. Secondo la ministra, il testo è attualmente all’esame del primo ministro. Organizzazioni della società civile e associazioni impegnate nella difesa dei diritti delle donne denunciano tuttavia la lentezza dell’iter e chiedono che il provvedimento venga trasformato rapidamente in legge.

La prossima sessione parlamentare è prevista per novembre, ma non è ancora chiaro se il testo arriverà effettivamente all’esame dell’assemblea. Viviane Tathi, responsabile di un’organizzazione che documenta i femminicidi nel paese, ha espresso dubbi sulla possibilità di un’approvazione in quella sede, dal momento che la sessione di novembre è tradizionalmente concentrata soprattutto sulle questioni di bilancio. Tathi ha inoltre proposto la creazione di un tribunale specializzato nelle controversie familiari, considerate uno degli ambiti nei quali possono maturare situazioni di violenza domestica.

Il caso camerunese si colloca in un quadro continentale più ampio. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite citati nelle notizie diffuse in questi giorni, nel 2024 l’Africa ha registrato sia il numero complessivo più elevato di vittime di femminicidio sia il tasso più alto in rapporto alla popolazione, con una stima di circa 22.600 donne uccise. Il dato deve inoltre essere letto tenendo conto di un problema strutturale: una parte delle violenze non viene denunciata e numerosi paesi non dispongono di sistemi omogenei e continuativi di registrazione dei femminicidi.

È proprio in questo spazio tra violenza privata e responsabilità pubblica che assume rilievo l’intervento di Nchout Njoya Ajara. La sua presa di posizione porta il tema fuori dagli ambienti associativi e istituzionali e lo consegna a una platea molto più ampia. Non risolve, naturalmente, il problema della prevenzione né quello della risposta giudiziaria, ma contribuisce a trasformare una successione di delitti, spesso raccontati come episodi separati, in una questione collettiva.

La frase scelta dalla calciatrice – «il silenzio è complicità» – indica precisamente questo passaggio. La violenza contro le donne non riguarda soltanto chi la subisce e chi la commette: interroga anche le istituzioni chiamate a prevenirla, gli strumenti legislativi disponibili e una società costretta a decidere se considerare quelle morti una serie di tragedie individuali oppure l’espressione di un fenomeno che richiede una risposta pubblica.

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