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Emergenze

Camerun, quarant’anni fa la catastrofe del lago Nyos: la notte in cui il lago liberò una nube mortale

In Camerun, quarant’anni fa, la catastrofe del lago Nyos uccise 1.746 persone: una nube invisibile di anidride carbonica fuoriuscì dalle profondità del bacino vulcanico e invase i villaggi circostanti.

Il 21 agosto 1986, nel nord-ovest del Camerun, una nube invisibile di anidride carbonica fuoriuscì improvvisamente dalle profondità del lago Nyos, scivolando nelle vallate circostanti e provocando la morte di 1.746 persone e circa 3.500 animali. A quarant’anni dalla tragedia, Nyos resta uno dei casi più impressionanti nella storia dello studio dei rischi naturali e un riferimento scientifico fondamentale per comprendere i pericoli legati ai laghi vulcanici.

Quella del 21 agosto era cominciata come una giornata ordinaria. Nyos era un piccolo villaggio rurale, circondato da campi e pascoli, a oltre mille metri di altitudine. Poco distante si trovava il lago omonimo, formatosi all’interno di un antico cratere vulcanico e profondo circa 200 metri. Per le comunità locali era parte del paesaggio quotidiano, oltre che una curiosità naturale della regione.

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Tra le 21 e le 22 qualcosa cambiò. Alcuni testimoni raccontarono in seguito di aver udito un rumore simile a una frana. Nelle profondità del lago, le acque fortemente cariche di anidride carbonica risalirono rapidamente verso la superficie, provocando la liberazione improvvisa di un’enorme quantità di gas.

Il fenomeno è oggi conosciuto come “eruzione limnica”: il gas disciolto nelle acque profonde viene rilasciato bruscamente, innescando un processo che può autoalimentarsi. Nel caso di Nyos si formò una grande nube di CO2 che, essendo più pesante dell’aria, non si disperse immediatamente nell’atmosfera ma scese lungo i fianchi delle montagne e seguì le vallate.

Fu una sorta di valanga invisibile. La nube avanzò rapidamente attraverso gli insediamenti circostanti, sostituendo l’aria respirabile e provocando perdita di coscienza e morte per asfissia. Molte delle vittime dormivano e non ebbero alcuna possibilità di capire cosa stesse accadendo.

Il mattino seguente i sopravvissuti che si trovavano nelle zone più elevate scoprirono uno scenario spettrale. Nei villaggi di Nyos, Subum e Cha giacevano corpi di persone e animali. Anche uccelli e insetti erano stati colpiti. Il bilancio definitivo fu di 1.746 morti e circa 3.500 capi di bestiame uccisi.

La catastrofe pose immediatamente un interrogativo alla comunità scientifica: come poteva un lago apparentemente tranquillo trasformarsi in poche ore in una minaccia letale?

Le ricerche successive permisero di ricostruire il meccanismo. Il lago Nyos occupa un antico cratere vulcanico e continua a ricevere anidride carbonica proveniente dal sottosuolo. A circa 200 metri di profondità, l’elevata pressione permette a grandi quantità di CO2 di rimanere disciolte nell’acqua.

Il lago, inoltre, presenta una forte stratificazione: le acque profonde si mescolano molto poco con quelle superficiali. Il risultato è che il gas può accumularsi lentamente sul fondo per anni o decenni, fino a raggiungere concentrazioni molto elevate. Un evento capace di alterare questo equilibrio può quindi favorire una risalita delle acque profonde e una liberazione improvvisa del gas.

Nyos modificò così anche la percezione scientifica dei laghi vulcanici. Prima del 1986, la possibilità che un bacino lacustre potesse accumulare una quantità di anidride carbonica sufficiente a provocare una catastrofe di tali dimensioni era scarsamente conosciuta al di fuori di ambiti specialistici. La tragedia mostrò inoltre quanto un rischio naturale possa essere difficile da percepire: la CO2 è incolore e inodore e, ad alte concentrazioni, può diventare mortale senza fornire segnali immediatamente riconoscibili.

Negli anni successivi si pose il problema di impedire che il gas tornasse ad accumularsi nelle profondità del lago. Nel 2001 fu installato un primo sistema artificiale di degassamento: una tubazione che raggiunge le acque profonde e consente all’acqua ricca di CO2 di risalire, liberando progressivamente il gas in condizioni controllate. Altri interventi hanno poi contribuito a ridurre ulteriormente il pericolo.

Quarant’anni dopo, il lago Nyos non si trova più nella situazione di rischio estremo del 1986. Ma non è neppure diventato un lago privo di pericoli. L’anidride carbonica continua infatti a raggiungerne le acque dal sottosuolo, rendendo indispensabili il monitoraggio scientifico e la manutenzione dei sistemi di degassamento.

La tragedia camerunese ha lasciato così un’eredità che supera i confini della regione colpita. Nyos è diventato un caso di studio internazionale per la vulcanologia, la limnologia e le scienze dei disastri e ha contribuito a migliorare la conoscenza di altri laghi caratterizzati da fenomeni analoghi.

Il suo insegnamento più profondo riguarda forse proprio la relazione tra paesaggio e rischio. Un luogo familiare, apparentemente immobile e incorporato da generazioni nella vita quotidiana di una comunità può contenere processi naturali impercettibili sulla scala dell’esperienza umana. La catastrofe del 21 agosto 1986 rese improvvisamente visibile quella dimensione nascosta. Quarant’anni dopo, ricordare Nyos significa anche ricordare che conoscere un rischio non vuol dire eliminarlo, ma imparare a riconoscerlo, sorvegliarlo e conviverci.

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