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Ceuta, l’ennesimo esempio del fallimento dell’Europa

Le istituzioni europee e internazionali hanno dimostrato una colpevole insufficienza nel creare un sistema umanitario realmente efficace e giusto.

La nuova crisi a Ceuta, che qualcuno scopre oggi essere avamposto di migrazioni, si è trasformata in una  disputa geopolitica dove i migranti sono usati come una vera e propria arma. Da tempo, come ben sa chi legge la nostra rivista, consideriamo la gestione del fenomeno dei flussi migratori e del diritto alla protezione di potenziali rifugiati, il più grande fallimento dell’Unione Europea.

Soprattutto dopo le scellerate scelte e gli accordi con governi autoritari  per la sicurezza e il controllo delle proprie frontiere esterne.

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L’Europa ha commesso l’errore strategico di appaltare la gestione dei propri confini a paesi terzi (nel causo di Ceuta al Marocco) che usano il potere acquisito per ottenere  concessioni economiche, politiche o il riconoscimento di rivendicazioni territoriali (come sul Sahara Occidentale).

Il meccanismo è chiaro, si allentano le maglie del controllo dei flussi per mettere in crisi l’Europa.

L’improvviso afflusso di decine di migliaia di persone in poche ore (con stime provvisorie record tra il 30 e il 31 luglio) dimostra come la frontiera sia usata come leva diplomatica coercitiva. Di fronte a crisi acute come quella di Ceuta, l’Europa non agisce come un attore geopolitico unitario, bensì procede  in ordine sparso. I singoli governi nazionali si muovono spinti da panico elettorale o convenienze interne (ad esempio minacciando la sospensione del trattato di Schengen), lasciando i paesi di frontiera da soli a gestire l’emergenza umanitaria e di sicurezza.

La tragedia che ha causato la morte di 84 migranti nel tentativo di attraversare il confine dal Marocco all’exclave spagnola, rappresenta un drammatico, ma purtroppo emblematico, esempio delle profonde falde di fallimento nelle politiche europee di gestione delle migrazioni. Nessuna barriera, per quanto elevata o tecnologicamente avanzata, può nascondere o eliminare le responsabilità di un’Europa che si mostra ancora incapace di affrontare questa sfida condivisa con umanità e coerenza.

Condividiamo la posizione di Pedro Sánchez, che ha stigmatizzato una risposta «asimmetrica» da parte di alcuni governi europei, tra cui quello italiano, evidenziando come, al di là delle parole, le azioni continuino a rispecchiare una visione frammentata e spesso diseguale delle responsabilità collettive. L’attuale risposta alla crisi di Ceuta più che un’azione coordinata è una serie di gesti isolati per blindare un confine dimostrando ancora una volta l’incapacità di affrontare un fenomeno che non può più essere considerato un’emergenza, bensì una caratteristica strutturale del nostro tempo.

L’Ue non è in grado di proporre soluzioni efficaci, ma soprattutto umane,  e rinnega principi su cui ha basato la propria struttura democratica stratificando  un sistema  dove la solidarietà si perde tra le pieghe di interessi nazionali, xenofobia e pratiche securitarie. La mancanza di una politica migratoria comune, capace di rispondere alle cause profonde della crisi — dalla povertà alle guerre, dai cambiamenti climatici alle disuguaglianze economiche — alimenta un ciclo di tragedie come quella di Ceuta.

Questo non è più un problema da gestire, ma una realtà da integrare in una visione politica di lungo respiro, che sappia mettere al centro la dignità umana.

Quanto accaduto a Ceuta ci invita a una riflessione più ampia. Le istituzioni internazionali e l’Europa, in particolare, hanno dimostrato una colpevole insufficienza nel creare un sistema umanitario realmente efficace e giusto. La crisi migratoria non può più essere confinata all’interno di logiche emergenziali o di gestione repressiva. La vera sfida, l’unica possibile, consiste nel riconoscere che questo fenomeno è una parte ineludibile della nostra realtà globale, e che la risposta richiede volontà politica, solidarietà e un impegno condiviso che vada oltre gli interessi di singoli Stati.

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Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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