In Ciad, il cambiamento climatico sta modificando in modo drammatico il paesaggio e la vita delle comunità. La scomparsa progressiva dei wadis (i letti di fiumi stagionali che convogliano l’acqua delle piogge e alimentano le falde sotterranee) minaccia l’agricoltura, l’allevamento e persino l’accesso all’acqua potabile.
Le alternanze sempre più estreme tra siccità e inondazioni stanno erodendo le basi della sicurezza alimentare. Secondo Brahim Ousman, presidente dell’ONG ciadiana Sakhal, «i wadis, che un tempo si estendevano su due o tre ettari, oggi si riducono a un solo ettaro, invasi dal deserto». La desertificazione avanza a ritmi tali che, avverte Ousman, «tra dieci o vent’anni potremmo non parlare più di wadi. E senza wadi, la popolazione non sarà stabile».
Ah le phénomène des Wadis , il a plu de 4h à presque 9h et c'est à 13h51min que le wadi arrive 🤦🏾♂️🤦🏾♂️#tchad #wadi#experienceEst pic.twitter.com/pVEQUikG1v
— 𝓐𝓢𝓝𝓐𝓛 𝓟𝓱𝓪𝓷𝓾𝓮𝓵 (@AsnalPhanuel1) August 23, 2025
Le conseguenze sono già tangibili: raccolti in calo, mandrie decimate, comunità costrette a spostarsi in cerca d’acqua e nuovi terreni. Rahmat Saleh Tahir, coordinatore nazionale di Sakhal, descrive una quotidianità segnata da «piogge irregolari, estremi climatici e temperature elevate» che provocano «insicurezza alimentare, migrazioni forzate dei giovani e conflitti tra agricoltori ed allevatori».
In un Paese che dipende quasi interamente dalle risorse naturali, la lotta contro la desertificazione richiede interventi urgenti: finanziamenti adeguati, tecniche di gestione idrica sostenibili, riforestazione e protezione dei bacini fluviali. Alla vigilia del vertice di Belém, in Brasile, che prepara la COP30, il Ciad si presenta come uno dei luoghi dove la crisi climatica non è una previsione, ma una realtà quotidiana.


