Nel suo laboratorio nel settimo arrondissement di N’Djamena, Soléa Damas costruisce strumenti musicali mentre prova melodie e canzoni. Intorno a lui ci sono legno, corde, martelli, seghe e pialle, ma anche una decina di giovani apprendisti. È qui, nel centro culturale e artistico Kaya Kendé, che il musicista ciadiano porta avanti da alcuni anni un progetto che tiene insieme creazione artistica, artigianato e trasmissione di un patrimonio musicale che rischierebbe altrimenti di perdere progressivamente spazio.
Damas, 38 anni, originario del sud del Ciad e insegnante di professione, è arpista, citaredo, musicista e scultore. La sua ricerca parte dagli strumenti tradizionali del Paese – arpe, cetre, balafon, sanze, tamburi – per inserirli nella musica contemporanea, senza considerarli reliquie da conservare intatte. Il suo primo album, pubblicato nel 2018, aveva già attirato l’attenzione proprio per la presenza di queste sonorità, diventate nel tempo il tratto più riconoscibile del suo lavoro.
La costruzione degli strumenti è arrivata quasi naturalmente. Damas voleva poter disporre dei propri strumenti per comporre e suonare, ma si è presto reso conto che per farlo occorreva recuperare conoscenze che non si apprendono sui libri. Nel 2019 è quindi tornato nelle regioni d’origine per incontrare artigiani e depositari di quei saperi, imparando tecniche di fabbricazione e modalità d’uso e trasformando progressivamente questa esperienza in un vero lavoro di ricerca.
Da allora non si è limitato a riprodurre modelli tradizionali. Nel laboratorio di N’Djamena sperimenta materiali e soluzioni nuove, recupera componenti di altri strumenti e prova a mettere in comunicazione tecniche antiche e possibilità contemporanee. Una vecchia chitarra, per esempio, può fornire alcune parti necessarie alla costruzione di un’arpa elettroacustica; la sanza può essere modificata e adattata alla ricerca di nuove sonorità. La tradizione, nella sua concezione, non è qualcosa da immobilizzare, ma un sapere da utilizzare.
È probabilmente questo aspetto ad aver attirato intorno a Kaya Kendé diversi giovani. Oggi una decina di apprendisti seguono Damas nella costruzione e nell’uso degli strumenti. Tra loro c’è Menda Benjamin, laureato ma disoccupato, che vede nell’apprendimento di queste tecniche anche la possibilità di acquisire un mestiere. La più giovane è Sanglar Patricia, 15 anni, che vorrebbe con la propria esperienza incoraggiare altri ragazzi ad avvicinarsi a questo patrimonio musicale.
La trasmissione diventa così una parte essenziale del progetto. Non basta che gli strumenti continuino a essere suonati: occorre che qualcuno sappia ancora scegliere e lavorare il legno, assemblare le diverse parti, accordarle e riconoscere le caratteristiche sonore di ciascuno strumento. È una conoscenza fatta soprattutto di gesti e pratica, e proprio per questo la presenza di una nuova generazione di apprendisti diventa decisiva per la sua sopravvivenza.
Non mancano però le difficoltà. Una delle principali riguarda proprio il reperimento delle materie prime. Il legno adatto alla costruzione degli strumenti è sempre più difficile da trovare e per procurarselo occorre spesso percorrere lunghe distanze. In alcuni periodi dell’anno Damas raggiunge le province, con le necessarie autorizzazioni, per recuperare legno morto destinato anche alla fabbricazione di tamburi e tamburelli. Il cambiamento climatico e la crescente pressione sulle risorse naturali impongono quindi di ripensare persino tecniche artigianali consolidate, cercando materiali e soluzioni capaci di adattarsi alle nuove condizioni ambientali.
Per Damas la questione è anche quella della visibilità della musica ciadiana. In molte parti del mondo gli strumenti tradizionali sono diventati parte riconoscibile della produzione musicale contemporanea e hanno contribuito a dare agli artisti una precisa identità sonora. Il Ciad, osserva il musicista, dispone di una grande varietà di strumenti e tradizioni musicali, ma questo patrimonio rimane ancora poco valorizzato, anche all’interno dell’industria culturale nazionale.
Il progetto di Kaya Kendé nasce anche per colmare questa distanza. L’obiettivo di Soléa Damas è trasformare progressivamente il centro in una vera accademia nella quale costruzione degli strumenti, insegnamento e creazione musicale possano convivere. Non si tratta dunque di riportare semplicemente alla luce qualcosa che appartiene al passato, ma di creare le condizioni perché continui a produrre musica nel presente.
Nel laboratorio di N’Djamena questa idea assume una forma molto concreta: gli strumenti vengono costruiti, modificati, insegnati e infine suonati. E forse è proprio questa la condizione perché un patrimonio rimanga vivo: non essere soltanto conservato, ma continuare a passare da una mano all’altra.


