La malnutrizione acuta ha colpito una donna in gravidanza ( o in allattamento) su cinque in Ciad.
Lo rileva lo screening effettuato da Medici Senza Frontiere nella città di confine di Adré, nel Ciad orientale, durante i primi 8 mesi del 2026.
Tre quarti di loro appartenevano a comunità ospitanti escluse dalle distribuzioni alimentari locali, a causa di rigide norme sugli aiuti che limitano l’accesso esclusivamente ai rifugiati registrati, in un contesto di gravi carenze di finanziamenti.
Da quando è iniziata la guerra in Sudan, oltre 930.000 rifugiati sudanesi hanno oltrepassato il confine con il Ciad, di cui oltre l’80% è costituito da donne e bambini; più di 700.000 hanno attraversato il confine solo attraverso Adré.
“Dopo essere sopravvissuti a mesi di violenza inarrestabile, i rifugiati arrivano ad Adré fisicamente distrutti, malnutriti e profondamente traumatizzati, solo per trovarsi di fronte a una nuova, brutale realtà, in zone dove le comunità ospitanti vivono già in condizioni di povertà e la presenza umanitaria resta insufficiente” afferma Léa Ledru, coordinatrice di progetto di MSF ad Adré.
Tovvanti le testimonianze raccolte tra le pazienti.
Halima Hamdan, 35 anni, vive ad Ambélia, vicino all’aeroporto di Adré, a circa un’ora a piedi dal centro sanitario. È madre di 5 figli. Il più piccolo, Nassir Hamat Mahamat, di 20 mesi, è attualmente ricoverato in ospedale. Halima vive ad Adré da 6 anni. È nata in Sudan, dove è cresciuta e si è sposata. Suo marito è ciadiano. Quando le viene chiesto se si considera sudanese o ciadiana, ride, come se la distinzione avesse per lei ben poca importanza. Agricoltrice, Halima si occupa quasi da sola del sostentamento della sua famiglia. Suo marito, che stima abbia tra i 50 e i 60 anni, è malato da 2 anni. Soffre di diabete e non è più in grado di muoversi né di lavorare.
Nassir Hamat Mahamat, di 20 mesi, pesa 4,7 kg. È ricoverato per la quinta volta a causa della malnutrizione. Anche uno degli altri figli di Halima era stato in precedenza curato nel reparto di nutrizione. “2 mesi dopo la sua nascita non avevo più abbastanza latte per allattarlo al seno” racconta.
La prima volta che Halima si è preoccupata per la salute di Nassir è stato quando ha notato dei problemi alla pelle. Si è rivolta inizialmente alla clinica di MSF presso l’area di transito per i rifugiati sudanesi ad Adré. Successivamente Nassir è stato trasferito al Centro di alimentazione terapeutica ospedaliera del Centro sanitario urbano di Adré, dove è rimasto ricoverato per 5 giorni ricevendo cure nutrizionali intensive, prima di proseguire il trattamento in regime ambulatoriale. A casa, ad Ambélia, l’accesso all’acqua è estremamente difficile. Halima deve camminare per quasi un’ora per raggiungere una pompa, dove un contenitore da 20 litri d’acqua costa circa 50 franchi CFA. Racconta che le scarse piogge dell’anno precedente hanno compromesso gravemente i raccolti. La sua produzione agricola è diminuita in modo significativo. “Di solito, a ogni raccolto ottengo 10 sacchi di arachidi. L’anno scorso non sono riuscita a riempirne nemmeno 2”. Durante la stagione delle piogge lavora nei campi, ma al di fuori di questo periodo le sue attività e il suo reddito diminuiscono drasticamente.
Amna Abderahim, 21 anni, è originaria di El Geneina, nello stato del Darfur Occidentale, in Sudan. La città si trova a circa 30 chilometri da Adré, oltre il confine con il Ciad. Appartiene alla comunità Massalit. È arrivata ad Adré dopo essere fuggita dalle violenze che hanno colpito El Geneina tra aprile e giugno 2023. Oggi vive con il marito e la figlia in un riparo di fortuna costruito su un terreno privato ad Adré, al di fuori dei campi per rifugiati. Sua figlia, Djout Mahamat, di 11 mesi, è la sua prima figlia. Amna non lavora e resta a casa per prendersi cura della bambina. Fino a poco tempo fa suo marito possedeva un mulino elettrico utilizzato per macinare cereali come miglio e mais, che garantiva alla famiglia un modesto reddito. Il macchinario si è però guastato e ora lavora saltuariamente come assistente di un camionista, un’attività che assicura entrate molto limitate. Dopo essere fuggiti da El Geneina, Amna e la sua famiglia sono arrivati inizialmente ad Adré, dove hanno trascorso circa 3 settimane in un sito di transito prima di essere trasferiti dall’UNHCR nel campo per rifugiati di Metché.
“All’inizio la vita nel campo era difficile. Poi le persone hanno iniziato a lavorare e ora va un po’ meglio”. Oggi vive ad Adré, ma continua a essere registrata come rifugiata a Metché attraverso la scheda familiare dei suoi genitori, poiché al momento della registrazione iniziale non era ancora sposata.
I familiari rimasti nel campo ricevono l’assistenza alimentare in denaro e le trasferiscono la quota che le spetta. Racconta che questo sostegno è stato notevolmente ridotto nel 2025. “Prima erano 16.000 franchi a persona ogni due mesi. Ora sono 8.000”. Aggiunge inoltre che i pagamenti subiscono spesso ritardi di diversi mesi. Da oltre una settimana Djout Mahamat rifiutava il cibo e soffriva di diarrea. La madre si è progressivamente allarmata vedendo peggiorare le sue condizioni.
“Quando le preparavo il cibo, si rifiutava di mangiare”. Amna si è rivolta inizialmente alla clinica di MSF situata presso l’area di transito per i rifugiati sudanesi, prima che la figlia venisse trasferita al Centro sanitario urbano di Adré. Al suo arrivo, la bambina rifiutava il latte terapeutico somministrato con la tazza, perché non era abituata. L’équipe medica ha quindi inserito un sondino nasogastrico per garantire il trattamento nutrizionale.
Amna racconta di aver notato un rapido miglioramento delle condizioni della figlia già dal giorno successivo al ricovero. “A casa non riusciva nemmeno a stare seduta. Ora si siede, parla, sorride”.
Amna descrive una vita profondamente segnata dalle violenze in Darfur.
Prima della guerra, la sua famiglia viveva in una casa in affitto a El Geneina. Successivamente il loro quartiere è stato attaccato. “Mio fratello è stato ucciso davanti ai miei occhi”. Racconta che la loro casa è stata incendiata, che il fratello è stato ucciso davanti alla famiglia e successivamente sepolto in una fossa comune. Durante i combattimenti, la famiglia si è spostata da un quartiere all’altro nel tentativo di sfuggire alle violenze. Per un periodo hanno anche perso i contatti con il padre, prima di scoprire che era riuscito a raggiungere Adré.
Tante famiglie spessate dalla guerra, tante vite sospese che attendono pace.


