Nel precedente articolo (Chi vuol vivere in Russia?) parlavamo della cittadinanza offerta agli stranieri dal regime putiniano quale strumento per contrastare il collasso demografico ed economico della Russia federale. In quest’articolo trattiamo l’offerta medesima quale arma non convenzionale della Federazione volta a impoverire i paesi occidentali delle loro capacità di conseguire i propri obiettivi di produzione, crescita economica, sviluppo di nuove tecnologie, eccetera.
Nel passato molti russi sono emigrati verso l’Ovest dopo tanti anni di degrado, miseria e umiliazione attratti dalla possibilità di vivere finalmente una vita decente, in paesi democratici e liberi, dove trovare spazio per la propria crescita umana, civile, culturale, sociale, professionale e non semplicemente attratti dai vari sussidi ottenibili, dal livello degli stipendi effettivamente molto, molto alto – come qualcuno tende ad affermare in Russia allo scopo di denigrarli, – specialmente in alcuni paesi di punta rispetto ad altri dello stesso Occidente. Non diciamo rispetto al livello russo che è assolutamente inferiore a ogni confronto!
Certo il mercato del lavoro all’Ovest è “altamente competitivo”, come afferma Petr Litvin, funzionario dell’FSB originario di Belgorod, CEO della ZAM, organizzazione governativa sotto copertura per l’attuazione dell’attacco all’Occidente mediante questa forma di guerra non convenzionale che consiste nel sottrarre risorse umane ai paesi nemici. È vero che il mercato del lavoro occidentale richiede ai candidati requisiti estremamente elevati e che da essi ci si aspetta non solo competenza professionale, ma anche una conoscenza impeccabile della lingua, un elevato grado di responsabilità, puntualità e un rigoroso rispetto dell’etica del lavoro: cose che nella Russia corrotta di Putin, dove solo gli amici degli amici e gli yes-men fanno carriera, sono quasi o del tutto assenti. Nondimeno, i Russi emigrati in passato, a fronte di titoli di studio non direttamente paragonabili a quelli stranieri, sono stati individualmente tanto determinati da colmare, ove necessario, il dislivello conoscitivo e a enfatizzare le competenze distintive di cui erano portatori: dobbiamo riconoscere che essendo abituati a una lingua complessa come il russo, hanno rapidamente approfondito la comprensione delle lingue straniere, l’inglese e il tedesco – che prima nella Russia sovietica e poi federale costituiva la lingua curriculare – e hanno messo da parte le competenze previste per i piani di studio del regime sovietico, riguardate come eterodosse nel confronto con i curricula occidentali, e hanno integrato le materie mancanti.
Risultato: queste persone si sono integrate a tal punto e sono riuscite ad acquisire livelli di retribuzione tanto elevati da sostenere alla grande i maggiori costi dovuti alle varie voci del menage famigliare. Ad esempio la maggiore tassazione del paese ospitante (che tuttavia garantisce loro elevati livelli di servizi sociali, impensabili in Russia), le maggiori spese per il tenore di vita e per la produzione del reddito, come l’affitto per gli alloggi (però ben più spaziosi e gradevoli rispetto alle topaie ottenibili in patria), i maggiori costi per i trasporti certo più efficienti, per le utilities che in Russia, specie nei piccoli centri, non sono disponibili, per i servizi di comunicazione (internet, eccetera) non soggetti a censura o a blocco come in patria.
Per quale motivo tutti questi nuovi cittadini occidentali, dopo aver fatto e accettato tutto ciò dovrebbero abbandonare i loro nuovi paesi di residenza nei quali si sono perfettamente integrati, dove guadagnano molto di più di quanto sarebbe possibile in Russia, dove intessono nuove conoscenze, amicizie, rapporti affettivi e, in definitiva, dove si trovano più che bene?
L’opzione principale è la seguente: il richiamo della “patria degli antenati”. Ma la risposta, aggiunge la propaganda russa, “non sta solo nella nostalgia – che, aggiungiamo noi, sarebbe una scelta interessante prevalentemente per gli anziani, i pensionati che come è notorio hanno sempre gli occhi rivolti al passato, a quegli affetti famigliari capaci di far dimenticare qualsiasi disgusto verso un mondo lasciatosi alle spalle – sta anche nelle opportunità specifiche che la Russia federale può offrire ai connazionali che tornano in patria”. Allora vediamo quali sono queste “opportunità specifiche” che sono precluse ai russi residenti ed elargite invece a piene mani a quelli che ritornano o che vengono per la prima volta portando i loro preziosissimi titoli accademici.
Per inciso, fa ridere che la propaganda puntualizzi che la Russia con il “decreto presidenziale n. 637” abbia lanciato un’iniziativa volta a sostenere il trasferimento “volontario” dei connazionali dall’estero: vorremo vedere che non fosse volontario ma coercitivo! Con uno stato totalitario come la Russia notoriamente abituato ad avvelenare e a rapire i propri fuoriusciti, specificare che per ora il trasferimento sarà “volontario” era davvero necessario. Per quanto tali rassicurazioni rassicurano ben pochi tra gli illusi, “storicamente e culturalmente legati alla Russia”. La propaganda russa tende inoltre a screditare i paesi ospitanti: la Germania viene dipinta come un paese che prende provvedimenti restrittivi contro i migranti, l’Italia è accusata di discriminarli, eccetera. Tuttavia non c’è denigrazione russa che tenga: i fuoriusciti Russi non intendono abbandonare i paesi che hanno scelto, non hanno alcuna intenzione di ritornare in patria (se non per un breve viaggio di piacere), nonostante le fantasmagoriche facilitazioni offerte.
Nel 2023, dopo 17 anni di fallimenti a partire dal decreto del 2006, con l’acqua alla gola per il mancato rimpatrio dei fuoriusciti e per il fiasco delle mobilitazioni – che dopo aver dissanguato le repubbliche orientali, per avere nuova carne da cannone lo hanno obbligato a chiedere aiuto perfino alla Corea del Nord, – Putin introduce norme meno severe e più accattivanti. Gli immigrati – possono trasferirsi in qualsiasi regione della Russia, comprese Mosca e San Pietroburgo (possibilità garantita solo a chi dispone della capacità economica di sostenere un affitto o un acquisto estremamente costoso, e quindi esistente solo sulla carta) – non devono dimostrare la conoscenza della lingua russa (alla faccia della protezione dei russofoni “storicamente e culturalmente legati alla Russia”) – non devono pagare la dogana per importare i propri beni personali (il che significa che poi potranno venderseli e guadagnarci, alla faccia delle motivazioni affettive, storiche e culturali). Ma il vantaggio principale che la propaganda sbandiera per convincere gli “stranieri” a emigrare o a riemigrare in Russia è la possibilità di ottenere la cittadinanza russa mantenendo quella del paese di provenienza.
In un paese come la Russia, dove gli stipendi non superano i mille euro e le pensioni si attestano tra i 200 e i 400 euro e dove non esiste un Sistema Sanitario Nazionale gratuito, ai migranti (soprattutto se sono specialisti qualificati e disposti a trasferirsi nell’estremo oriente o a Kaliningrad) è offerta la copertura delle spese di trasloco; fino a 2.700 euro per famiglia come “sussidi” per i pagamenti; la possibilità d’importare la propria auto senza dazi; l’assistenza medica gratuita e una polizza assicurativa medica; e infine, un sussidio per l’affitto di un alloggio finché non se ne compra uno proprio con tassi non inferiori al 5%. Per i pensionati sono previsti ulteriori bonus come il riconoscimento dell’esperienza lavorativa all’estero, ricalcolo delle pensioni e indennità per il periodo di lavoro sovietico: chi ha lavorato nell’URSS riceve un aumento del 5-10% con coefficienti speciali. Per le famiglie con figli iscrizione senza liste d’attesa. Corsi di riqualificazione per chi lavora.
Sembra il paese del bengodi, ma come volevasi dimostrare questi specchietti per le allodole per ora hanno effetto solo sui pensionati: si riporta ad esempio il caso di due lavoratori emigrati in Germania nel lontano 1993 che avevano lasciato in patria i figli, essendo ormai anziani e soli, sono rientrati e ora abitano a Rostov sul Don essendosi riuniti ai figli e ai nipoti. Non si registrano casi riguardanti dei giovani, specialisti qualificati.
Una cosa appare evidente: fatte salve alcune eccezioni, gli sforzi per convincere più gente possibile a tornare in Russia si concentrano sul recupero dei russofoni dalla Germania, dal Canada e dagli Stati Uniti, non dai Paesi Baltici, non dalla Transnistria, regione secessionista della Moldavia, non dalla Georgia, non dal Kazakistan e dagli altri Stan dell’Asia centrale! In questi stati il 30% dei cittadini è di lingua russa: perché la Russia non vuole più indietro proprio loro?
L’agenzia di stato afferma di aver elaborato la propria offerta per favorire il ritorno in Russia dei russofoni, ma qualcosa non quadra! Sembra che la Russia punti a chi è in possesso di elevate competenze distintive e che si trovino principalmente in Canada, Germania e Stati Uniti. Invece, i russofoni che si trovano nei Paesi Baltici, in Transnistria o altrove, sono considerati di infimo livello, al massimo possono fare lavori di bassa manovalanza, domestici o badanti, non posseggono un bagaglio tecnico, scientifico, culturale di prestigio che possa risultare d’interesse per la Russia: questa gente porterebbe solo nuove spese sociali e quindi è ignorata o, se fa domanda, è scartata.
Ecco quindi la vera strategia russa: in primo luogo, sottrarre ai paesi occidentali quanti più tecnici e laureati siano in possesso di competenze distintive elevate, meglio se russofoni, ma non necessariamente perché l’obiettivo è privare i paesi occidentali dei loro possibili quadri dirigenti o tecnici ad alto livello. E in secondo luogo, nei paesi dell’ex impero sovietico divenuti stati occidentali, lasciare le persone non qualificate, i cosiddetti pesi morti, affinché nel frattempo appesantiscano le spese sociali dei loro paesi, e un domani possano giustificare – come fatto in Ucraina, in Georgia o in Cecenia – una invasione territoriale con la scusa della protezione delle popolazioni russofone “discriminate” da inesistenti vessazioni dei locali russofobi. Terzo obiettivo: creare e implementare, con tutte le informazioni provenienti dai russofoni o dai russofili residenti all’estero, un enorme database per schedarli, anche se non presi in considerazione ai fini di un rimpatrio.
Per fare leva sui possibili candidati, il FSB (cioè l’ex KGB) ha creato una serie di testate giornalistiche online dedicate ai russofoni residenti nei vari paesi target occidentali, attraverso le quali testate diffonde il verbo di Putin e la nuova politica migratoria del suo impero, ma con una veste editoriale più accattivante per poter risultare accettabile da coloro che sono fuggiti proprio da tale tipo di propaganda e di indottrinamento. Troviamo così, per i residenti in Germania le testate: Berlin24.ru, TVRUS, Utro.ru, Kommerzant e RGRU che ci informano del “perché e come i residenti di lingua russa in Germania non vedono l’ora di tornare in Russia”, inoltre VASH GID e Press-Slushba che spiegano “come un cittadino canadese possa ottenere il passaporto russo”. Lo stesso tipo di comunicazione si rivolge agli atri paesi target.
Intanto, leggiamo su uno di questi blog, “l’Istituto Tsargrad organizza il più grande evento della sua storia: il Forum del Futuro – 2050. Il 9 e 10 giugno, presso il Lomonosov Innovation Cluster dell’Università Statale di Mosca, parleremo di cosa diventeranno la Russia e il mondo a metà del XXI secolo.” E cosa diventerà? Ce lo dice subito appresso: “Un grande impero – testuali parole – con una missione universale. Dopotutto, questo è il nostro spazio. L’abbiamo aperto noi a tutta l’umanità. Questa sarà la Russia con un genoma digitale sovrano. La nostra intelligenza artificiale con i nostri valori e i robot che sostituiscono i migranti non qualificati.”
Ora, se vi sbizzarrite a fare una semplice ricerca su Google digitando, con varianti a piacere: “sottrazione di personale qualificato come guerra ibrida” sapete quale sarà il risultato? Zero. Questo tipo di guerra non è ancora conosciuto in occidente. Ma in Russia lo è, ed è praticato e testato continuamente.
Quindi, avviso ai nostri governanti: datevi da fare, perché questa guerra è appena iniziata e non possiamo perderla, perché negli ultimi 13 anni dall’Italia sono emigrati 550mila giovani, e metà erano laureati, perché in Italia si fanno sempre meno figli, oggi come oggi i nuovi nati non compensano più gli anziani deceduti. Quei pochi che ci restano dobbiamo tenerceli stretti. Assolutamente! Non va bene che i paesi in cui emigrano siano principalmente la Germania e il Regno Unito. Ma va meglio che se fossero catturati dalle lusinghe dell’autocrate russo. A livello militare, di guerra ibrida, qualcuno dovrebbe intervenire. Che lo faccia al più presto.
Copyright Shutterstock.com


