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Sviluppo

Clima, la Corte africana prepara un parere sugli obblighi degli Stati

In Africa prende forma un nuovo percorso di giustizia climatica: la Corte africana dei diritti dell'uomo è chiamata a chiarire gli obblighi degli Stati, adattando il diritto internazionale alle specificità del continente.

A un anno dallo storico parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sulle responsabilità degli Stati in materia di cambiamento climatico, il continente africano si prepara a scrivere un nuovo capitolo della giustizia ambientale. La Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che ha celebrato nel luglio 2026 i vent’anni dalla sua istituzione, è infatti impegnata nell’esame di una richiesta di parere consultivo destinata a definire come i principi del diritto climatico internazionale debbano essere interpretati alla luce delle realtà africane.

L’iniziativa, avviata nel maggio 2025 da un consorzio di organizzazioni della società civile coordinato dalla Pan African Lawyers Union (PALU), non mira soltanto a ribadire gli obblighi degli Stati sul fronte climatico. L’obiettivo è costruire un quadro giuridico che tenga conto delle condizioni economiche, sociali e ambientali del continente, spesso molto diverse da quelle che hanno ispirato le principali norme internazionali.

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L’Africa rappresenta infatti un paradosso ormai noto: è il continente che contribuisce meno alle emissioni globali di gas serra, ma è tra quelli che subiscono con maggiore intensità gli effetti del riscaldamento globale, tra siccità, desertificazione, perdita di biodiversità, cicloni sempre più violenti e spostamenti forzati di popolazione.

Secondo Junecynthia Okelo, giurista della PALU, il futuro parere della Corte africana dovrebbe integrare quello della Corte internazionale di giustizia, traducendone i principi generali nel contesto istituzionale africano. Tra le questioni centrali figurano il diritto allo sviluppo, riconosciuto dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, e il difficile equilibrio tra crescita economica, lotta alla povertà e tutela dell’ambiente.

Un altro tema cruciale riguarda la cosiddetta transizione energetica giusta. L’Africa possiede enormi riserve di minerali strategici indispensabili per le tecnologie della transizione ecologica mondiale. Secondo i promotori dell’iniziativa, però, questa trasformazione non potrà essere davvero equa se continuerà a essere guidata principalmente da interessi esterni. La richiesta è che siano gli stessi Paesi africani a definire le regole sulla gestione delle proprie risorse naturali, assumendo un ruolo da protagonisti e non soltanto da fornitori di materie prime.

Il parere potrebbe inoltre chiarire gli obblighi degli Stati nel controllo delle attività delle grandi multinazionali, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Le grandi infrastrutture e i progetti legati ai combustibili fossili, come il controverso oleodotto EACOP nell’Africa orientale, potrebbero così essere valutati alla luce di criteri più rigorosi in materia di tutela ambientale e diritti umani.

Un aspetto originale della procedura riguarda anche il riconoscimento delle specificità culturali africane. Per molte comunità indigene il rapporto con la terra non ha soltanto una dimensione economica, ma anche spirituale e religiosa. Questa prospettiva potrebbe trovare maggiore spazio nel futuro parere della Corte africana rispetto ai documenti elaborati in altre sedi internazionali.

Sebbene il parere consultivo non abbia valore vincolante come una sentenza, esso potrà costituire un importante riferimento per i giudici nazionali, orientare le politiche pubbliche dei governi e rafforzare le future azioni giudiziarie sul clima. Negli ultimi anni i contenziosi ambientali sono infatti aumentati anche in Africa, soprattutto in Paesi come Sudafrica, Nigeria e Kenya, mentre nuove iniziative stanno emergendo anche in Ghana, Tanzania e Zambia.

Il procedimento ha suscitato un interesse superiore alle aspettative. Oltre cento soggetti hanno chiesto di partecipare con osservazioni scritte, tra Stati, organizzazioni internazionali, esperti e associazioni. Finora soltanto sette governi africani hanno presentato formalmente il proprio contributo, un numero ancora limitato ma comunque significativo per una Corte che, dalla sua nascita, ha emesso appena quattro pareri consultivi.

Tra i temi emersi durante il confronto figura anche quello dei diritti della natura, una prospettiva giuridica sviluppata soprattutto in America Latina che alcuni partecipanti propongono di adattare anche al contesto africano.

Le prossime sessioni della Corte sono previste nei prossimi mesi e il percorso richiederà ancora tempo. Ma il significato politico dell’iniziativa appare già evidente: molti osservatori ritengono che il continente voglia contribuire non solo ad applicare le regole internazionali sul clima, ma anche a partecipare direttamente alla loro definizione, facendo valere le proprie priorità e la propria esperienza nella governance ambientale globale.

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