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Analisi

Conflitti, in Africa calano del 41% le importazioni di armi

Il continente africano rappresenta ancora il 4,5% del commercio mondiale di armamenti. I maggiori fornitori del Continlllll sono stati, sempre secondo i dati del Sipri, USA (19%), Cina (17%), Russia (15%) e Francia (8%).

Le importazioni di armi dei Paesi africani sono diminuite del 41%, nel periodo 2021-25, rispetto al lustro precedente. Lo rende noto il Sipri, prestigioso istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma. L’Africa rappresenta il 4,5% del commercio mondiale delle armi. I maggiori fornitori del Continente sono stati, sempre secondo i dati del Sipri, USA (19%), Cina (17%), Russia (15%) e Francia (8%). Tale calo è dovuto soprattutto al taglio degli acquisti di Algeria (-78%) mentre il  Marocco li ha aumentati del 12%.I due Paesi sono i principali acquirenti del Continente. Algeri si è  rifornita da Russia, Cina e Germania. Rabat ha acquistato, invece, nell’ordine, da USA, Israele e Francia. E’ da segnalare che in realtà è l’Egitto, anche se il Sipri lo colloca fra i Paesi del Medio Oriente, il principale acquirente africano, sceso dall’ottavo al dodicesimo posto mondiale, con il 2,8% del commercio globale, ma con il dimezzamento dei propri acquisti rispetto al quinquennio precedente. L’Italia è il terzo fornitore di armi del Cairo, con circa un quinto delle forniture, dopo la Germania e la Francia. L’Egitto è nel mirino delle associazioni che si battono per le libertà fondamentali, con migliaia di “scomparsi”, omicidi politici come nel caso di Regeni, detenuti sottoposti a torture ed usa ampiamente la pena di morte. L’Africa subsahariana ha costituito il 2,2% delle importazioni mondiali, ma a differenza di quanto avvenuto nella parte settentrionale, si è registrata una crescita del 13% rispetto al lustro precedente.

L’aumento è dovuto ad un vero e proprio record di importazioni nei Paesi dell’Africa occidentale, causato dal proliferare dei conflitti e delle tensioni nell’area.

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Nell’Africa subsahariana il primo importatore di armi è la Nigeria, che ha comprato il 16% di tutte le armi della regione. Altri protagonisti dell’incremento sono stati: Senegal e Mali entrambi con l’8%. I maggiori fornitori sono stati la Cina (22%), seguita da Russia (12%) e Turchia (11%). La forte presenza di Ankara è dovuta al successo dei droni, prodotti dalla società Bayraktar del genero del Presidente Erdogan, utilizzati in molti conflitti, ad esempio in Ucraina contro i russi e dalle forze armate etiopi in Tigray. Tali velivoli sono stati acquistati, in particolare, da Paesi in guerra: Mali, Niger,Nigeria e Burkina Faso. Queste armi hanno causato numerose vittime fra la popolazione civile. Del resto sono armi relativamente economiche, che non richiedono lunghi addestramenti come gli aerei e particolarmente efficaci sul campo di battaglia. Con riferimento al conflitto che sconvolge il Sudan, l’esercito sudanese ha acquistato droni, veicoli blindati e aerei da trasporto da Bielorussia, Iran, Kyrgyzistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti ed un aereo da combattimento da un fornitore sconosciuto. Il Rapid Support Forces (RSF) ha ricevuto quattro canoni ed almeno un sistema di difesa aerea da fornitori ignoti.

Il Sudafrica è l’unico paese africano fra i primi 25 esportatori globali, con lo 0,4%(-7% rispetto al quinquennio precedente). I principali clienti di Pretoria sono stati: Emirati Arabi Uniti, Singapore e la Repubblica Democratica del Congo, paese in conflitto da decenni.  A livello mondiale gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro ruolo di leader con il 42% del mercato delle armi (+27%), si conferma al secondo posto la Francia con il 10% (+21%) segue la Russia al terzo posto  (7%)(-64%). Il calo si spiega con le necessità della guerra in Ucraina. Al quarto posto la Germania con il 5,7%(+15%) che scavalca la Cina(5,6%) (+11%%) La vera novità è il sesto posto dell’Italia con il 5,1%, che segna un aumento record rispetto al lustro precedente (+157%). Evidentemente per il Governo Meloni, ma anche i precedenti Esecutivi l’industria militare è diventata un’eccellenza del “made in Italy” e non solo va ostacolata, ma supportata politicamente. E’ sufficiente vedere chi sono i nostri principali clienti per capire che, di fatto, tali esportazioni rafforzano Paesi retti da regimi liberticidi o addirittura belligeranti: Qatar, Kuwait, Turchia, Egitto e addirittura Israele. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute: il 59% va al Medio Oriente, il 16% verso Asia e Oceania (all’ Indonesia il 12%) e solo il 13% rimane in Europa.  Al settimo posto segue Israele con il 4,4%(+56%). Il paese ebraico si può fregiare, purtroppo, di armi testate in guerra, nel genocidio di Gaza e negli altri conflitti mediorientali. Tel Aviv  ha venduto armi soprattuto a India, Gerrmania ed USA, mentre ha acquistato da Stati Uniti (68%), Germania (31%) e addirittura Italia(1%)!. Ecco i principali partner  dal Paese ebraico, responsabile di quello che per molti è il genocidio a Gaza. I dati del Sipri evidenziano la forte crescita delle vendite statunitensi ed il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro non farà che rafforzare le vendite delle industrie americane. I principali acquirenti mondiali sono nell’ordine: Ucraina(addirittura il 9,7% del commercio mondiale) India con il 8,2% (-4% rispetto al quinquennio precedente); Arabia Saudita con il 6,8% (-31%); Qatar con il 6,4%, che ha raddoppiato le importazioni   e Pakistan con il 4,2%(+66%). Da sottolineare che il Regno saudita, oltre ad essere fra le ultime monarchie assolute al mondo, non prevede la libertà religiosa e le donne sono praticamente prive di diritti.

In  ordine di  importanza le altre Regioni del  mondo: Europa con il 33% (era il 12% nel periodo 2016-21); Asia e Oceania con il 31% (era il 42% nel lustro precedente); Medio Oriente, in cui il Sipri considera anche l’Egitto; con il 26% (era il 32% nel quinquennio precedente) ed Americhe con il 6,6,%.

Tutte queste armi, però, hanno causato tanti lutti e immani sofferenze ed è ormai chiaro, come afferma il Papa, che l’unica strada è quella diplomatica. Le parole del Santo Padre sono ignorate da molti Capi di Stato occidentali che spingono per un conflitto con la Russia e che non hanno condannato la guerra illegale scatenata da USA ed Israele contro l’Iran, che ha causato oltre oltre mille vittime iraniane, ha devastato l’intero Medio oriente ed è già costata, in pochi giorni, miliardi di dollari. Per contrastare l’idea che le controversie si risolvono con le guerre  è indispensabile, soprattutto procedere alla riconversione dell’industria della difesa verso produzioni civili, in tal modo si potrebbero liberare enormi risorse economiche ed umane per migliorare la qualità della vita e non per distruggerla. Ma l’Unione Europea e  Palazzo Chigi concordano con il piano di riarmo da 800 miliardi di euro. Per il Governo  l’industria bellica è un’eccellenza da supportare, anche peggiorando una normativa (la legge 185 del 1990), che vieta le vendite ai Paesi belligeranti e/o retti da regimi liberticidi. Tutti questi affari  hanno solo alimentato i venti di guerra, riducendo a lumicino la spesa per lo sviluppo e per contrastare il cambiamento climatico.

I  dati del SIPRI  “offrono- afferma Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD) – uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale né autonomia. Nonostante l’UE abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea, gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio. Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi. Gli USA- continua RIPD -vedono le esportazioni di armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria industria militare. L’Europa,  che si riarma acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia”

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