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Analisi

Contare le guerre, vedere le guerre: perché il Sudan resta fuori dal nostro sguardo

Quante guerre ci sono e quali vediamo davvero? Criteri, percezione pubblica e perché il Sudan resta un caso emblematico.

Ogni volta che si prova a rispondere alla domanda “Quante guerre ci sono in corso nel mondo?” ci si scontra con una realtà meno intuitiva del previsto. Non esiste un numero univoco e non esiste un organismo internazionale che fornisca un conteggio ufficiale. Il problema non è la scarsità di dati, ma la complessità del fenomeno e, soprattutto, delle sue definizioni.

I centri di ricerca che monitorano sistematicamente i conflitti armati sono diversi, e ciascuno segue criteri specifici: l’UCDP (Uppsala Conflict Data Program), considerato uno dei database più autorevoli; il PRIO (Peace Research Institute Oslo), che pubblica rapporti annuali; la Geneva Academy, con il portale Today’s Armed Conflicts, che include anche situazioni a bassa intensità; e Our World in Data, che integra più fonti e approcci.

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Ciascun ente fornisce numeri differenti perché “guerra” non è un termine neutro. Le variabili che entrano in gioco sono molteplici, come la soglia di intensità (ovvero quanti morti servono per definire un conflitto come guerra); la natura degli attori coinvolti (se Stati, gruppi armati non-statali, milizie locali o alleanze fluide); la territorialità (soprattutto nei conflitti che attraversano più Stati ma si concentrano in un’unica area); la durata e l’intermittenza (che pongono dubbi su come classificare guerre “congelate” o riemergenti).

Basta modificare uno di questi parametri perché il quadro complessivo cambi radicalmente. Per questo, il numero “giusto” dipende dalla definizione adottata. Se consideriamo solo i conflitti ad alta intensità (≥ 1.000 morti/anno), la stima oscilla intorno alle 50-60 guerre attive, come suggerito da UCDP e PRIO. Se invece si includono anche i conflitti armati a bassa intensità, la cifra supera facilmente le 100-150 situazioni, come indicano la Geneva Academy e Our World in Data. Non è dunque corretto parlare di un’unica cifra, ma è più appropriato riferirsi a fasce numeriche basate su criteri espliciti.

Questa distinzione non è un dettaglio tecnico, ma è il presupposto per comprendere davvero la dinamica della violenza globale. “Guerra”, “conflitto armato” e “violenza politica organizzata” non sono sinonimi: distinguere queste categorie è essenziale, non solo per gli studiosi ma anche per i decisori politici e per le organizzazioni umanitarie, che basano su tali classificazioni analisi, interventi e allocazione di risorse.

Viviamo in un momento storico in cui i conflitti attivi nel mondo raggiungono livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale. Questa proliferazione rende ancor più urgente chiedersi non solo quante guerre ci sono, ma quali guerre vediamo e perché. Il punto è che quando si passa dai numeri alla percezione emerge un’altra complessità: la visibilità pubblica dei conflitti, che infatti è estremamente disomogenea. Alcune guerre occupano quotidianamente notiziari, discussioni politiche e immaginario collettivo; altre, spesso altrettanto devastanti, restano nell’ombra. Questa asimmetria non è casuale, ma risponde a un intreccio di fattori geopolitici, mediatici, psicologici e storici.

Un conflitto è generalmente percepito come più “reale” quando appare vicino, non solo geograficamente, ma anche culturalmente. Per un pubblico europeo, una guerra in Europa o in regioni storicamente legate all’Occidente genera immediata attenzione, senso di minaccia e partecipazione emotiva. Al contrario, crisi lontane – nel Sahel, nel Corno d’Africa, nel Caucaso meridionale, in alcune regioni asiatiche – appaiono spesso astratte, distanti dalla vita quotidiana.

La copertura mediatica riflette anche gli interessi strategici dei governi europei, come sicurezza energetica, rotte commerciali, alleanze politiche, dinamiche migratorie. Quando questi legami sono deboli, l’attenzione tende a scemare, ma non perché la guerra sia meno grave, bensì perché non è percepita come rilevante per la nostra sicurezza.

A ciò si aggiunge un limite materiale: per raccontare una guerra servono condizioni minime, come disponibilità di inviati, sicurezza relativa, infrastrutture funzionanti, connessioni digitali. Molti conflitti sono invece quasi irraggiungibili per la stampa internazionale, sia per l’estrema pericolosità sia per l’assenza di canali di comunicazione affidabili. Pertanto, la mancanza di testimonianze dirette genera invisibilità.

Esiste inoltre una logica narrativa dei media contemporanei, che privilegia storie lineari, immagini forti, attori riconoscibili. Molti conflitti ignorati sono invece complessi, frammentati, privi di fronti definiti, con alleanze mutevoli e responsabilità difficili da attribuire. Questa complessità penalizza la “narrabilità” e dunque la copertura giornalistica.

Infine, va considerato un limite umano, una forma di filtraggio psicologico, o di fatica morale, che ci impedisce di sostenere emotivamente l’attenzione su molte crisi contemporaneamente. Inevitabilmente concentriamo lo sguardo su uno o due conflitti emblematici, mentre gli altri scivolano sullo sfondo.

In definitiva, chiedersi quante guerre siano in corso e perché alcune siano visibili mentre altre restino ai margini significa confrontarsi con una doppia complessità: una metodologica, legata alle definizioni e ai criteri di classificazione; l’altra percettiva, legata al modo in cui costruiamo il nostro sguardo sul mondo. La conta delle guerre non è mai neutrale, così come non lo è la loro presenza – o assenza – nello spazio mediatico europeo.

La tragedia del Sudan si colloca esattamente in questo scenario, perché è una guerra che da anni produce devastazioni indicibili, violenze sistematiche, crisi umanitarie enormi, eppure rimane tra i conflitti meno raccontati e meno compresi. Rompere il silenzio significa allora non solo dare attenzione a una sofferenza che merita ascolto, ma anche interrogare i meccanismi che rendono alcune guerre centrali nel nostro immaginario e altre quasi inesistenti.

Restituire visibilità a ciò che l’inerzia informativa e culturale tende a relegare ai margini non è solo un gesto di giustizia verso il Sudan, ma un esercizio di responsabilità collettiva. Per noi italiani ed europei, significa recuperare uno sguardo più lucido, più consapevole e più equo sul mondo in cui viviamo.

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