Istituita nel luglio 2006 a seguito dell’entrata in vigore di un protocollo aggiuntivo alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli, la Corte omonima compie 20 anni.
Il suo scopo è di proteggere e promuovere i diritti umani contenuti nella Carta e in altri accordi di diritto internazionale, determinando casi di violazione dei diritti umani ed emettendo pareri consultivi sull’interpretazione della stessa Carta.
La sua sede è ad Arusha, in Tanzania. È composta da 11 giudici eletti dall’Assemblea generale dell’Unione africana.
La Corte dovrebbe essere un importante risorsa giudiziaria a disposizione delle singole persone e delle organizzazioni della società civile africana.
Purtroppo, solo 34 dei 55 stati membri dell’Unione africana hanno ratificato il protocollo istitutivo e solo sette consentono a singole persone e organizzazioni non governative di presentare direttamente reclami alla Corte. Erano 12 ma Benin, Costa d’Avorio, Ruanda, Tanzania e Tunisia hanno fatto marcia indietro.
Per via dell’incidenza geografica delle mancate ratifiche, la Corte ha lavorato poco sugli stati dell’Africa settentrionale e centrale e sul Sudafrica.
Oltre agli stati membri dell’Unione africana, avrebbe titolo a rivolgersi direttamente alla Corte anche la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ma finora l’ha fatto solo tre volte.
Nonostante l’ancora insufficiente cooperazione degli stati africani, in questi 20 anni la Corte si è occupata di oltre 250 ricorsi, in quasi 150 dei quali ha determinato che erano state commesse violazioni dei diritti umani: riguardo al diritto a un processo equo, alla dignità delle persone, a maltrattamenti e torture e su questioni concernenti lo svolgimento delle elezioni.
Tra le sentenze più importanti, ne vanno ricordate almeno quattro: la Zongo e Konaté contro il Burkina Faso del 2014, in favore della libertà di stampa e contro l’impunità per gli attacchi ai giornalisti; la Ogiek contro il Kenya del 2017 sui diritti dei popoli nativi; quella contro la Costa d’Avorio del 2023 sullo sversamento di rifiuti tossici da parte della nave Probo Koala, appartenente alla compagnia di navigazione privata Trafigura; e infine quella del 2025 sulla discriminazione subita dalle persone con albinismo in Tanzania.


