Il 19 agosto 2006 oltre 500 tonnellate di rifiuti tossici arrivarono ad Abidjan a bordo della Probo Koala. Il loro smaltimento in diversi punti della capitale economica ivoriana provocò una delle più gravi crisi ambientali della storia recente dell’Africa occidentale. Vent’anni dopo, quella vicenda continua a interrogare il rapporto tra produzione dei rifiuti, disuguaglianze globali e responsabilità ambientale.
La notte tra il 19 e il 20 agosto 2006 Abidjan cominciò a respirare un’aria diversa. Un odore acre e nauseabondo si diffuse in diversi quartieri della città. Nelle ore precedenti, la Probo Koala, nave noleggiata dalla società Trafigura, aveva scaricato nel porto ivoriano centinaia di metri cubi di residui liquidi. Trasferito su autocisterne, il materiale venne successivamente disperso in diversi siti intorno alla metropoli. Secondo una successiva ricostruzione delle Nazioni Unite, dalla nave furono scaricati 528 metri cubi di rifiuti e, nelle settimane seguenti, oltre 100.000 persone si rivolsero alle strutture sanitarie pubbliche. Il bilancio ufficiale attribuito alla contaminazione fu di 17 morti.
A vent’anni esatti da quella notte, il caso Probo Koala rimane una ferita nella memoria della Costa d’Avorio. Ma rappresenta anche qualcosa di più: un episodio emblematico della geografia mondiale dei rifiuti, nella quale costi economici, rischi sanitari e conseguenze ambientali tendono a spostarsi dai luoghi in cui i beni vengono consumati verso territori economicamente più vulnerabili.
Il prezzo dello smaltimento
La storia della Probo Koala è anche una storia di prezzi. Prima di raggiungere la Costa d’Avorio, i rifiuti erano stati portati ad Amsterdam, dove il loro trattamento avrebbe comportato costi molto superiori. Secondo la ricostruzione riportata da Amnesty International, lo smaltimento nei Paesi Bassi sarebbe costato circa 620.000 dollari; in Costa d’Avorio, la società locale incaricata dell’operazione propose invece un prezzo di circa 17.000 dollari.
Dietro questa enorme differenza economica si intravede uno dei meccanismi fondamentali del commercio internazionale dei rifiuti: smaltire ha un costo, e quel costo può diminuire drasticamente quando il materiale attraversa frontiere e raggiunge paesi nei quali controlli, infrastrutture e capacità di trattamento sono più fragili.
Nel 2007 il governo ivoriano e Trafigura raggiunsero un accordo extragiudiziale da 152 milioni di euro destinato, tra l’altro, alle operazioni di bonifica e all’indennizzo delle vittime. Le associazioni delle persone colpite hanno però continuato negli anni a contestare il sistema di risarcimento e a chiedere giustizia.
Il problema, infatti, non terminò con la rimozione dei materiali. Una catastrofe ambientale può essere bonificata nei suoi luoghi fisici senza essere necessariamente conclusa sul piano sociale. Restano le malattie, le controversie sulla responsabilità, le richieste di risarcimento e soprattutto la memoria di chi ha vissuto l’esposizione.
Dal Probo Koala al “colonialismo dei rifiuti”
La vicenda ivoriana è diventata uno dei simboli di ciò che organizzazioni ambientaliste e movimenti internazionali definiscono “colonialismo dei rifiuti”: il trasferimento verso i paesi più poveri dei costi ambientali prodotti dai modelli di consumo delle economie più ricche.
Il fenomeno precede il Probo Koala. Nel 1988 migliaia di barili di rifiuti pericolosi, presentati come materiali da costruzione, furono scoperti nel villaggio nigeriano di Koko. Proprio episodi di questo genere contribuirono alla nascita della Convenzione di Bamako, adottata nel 1991 ed entrata in vigore nel 1998, che vieta l’importazione in Africa di rifiuti pericolosi e il loro scarico o incenerimento nelle acque marine e interne.
Eppure il problema non è scomparso. Ha piuttosto cambiato forma.
Oggi il dibattito riguarda soprattutto tre grandi flussi: rifiuti elettronici, plastica e tessili. In molti casi il confine tra bene usato destinato a una seconda vita e rifiuto trasferito altrove è estremamente sottile. Vestiti, computer, telefoni ed elettrodomestici possono attraversare le frontiere formalmente come prodotti riutilizzabili, mentre una parte del materiale arrivato a destinazione è troppo deteriorata per essere utilizzata e finisce rapidamente nelle discariche.
È una distinzione essenziale, perché l’economia dell’usato svolge anche un’importante funzione economica e sociale in molti paesi africani. Non ogni esportazione di un bene di seconda mano equivale quindi a un trasferimento di rifiuti. Il problema nasce quando il riuso diventa il nome con cui viene mascherata l’esternalizzazione dello scarto.
La geografia globale dello scarto
Ghana, Nigeria e Kenya sono diventati alcuni dei luoghi più frequentemente citati nel dibattito sui flussi internazionali di materiali dismessi. Accra, in particolare, è stata per anni associata alle immagini di enormi quantità di apparecchiature elettroniche smontate e recuperate attraverso circuiti informali.
Il fenomeno rivela una contraddizione. Ciò che in Europa, Nord America o Asia orientale ha perso valore può conservarne ancora una parte altrove: rame, metalli, componenti elettronici, fibre tessili e plastiche possono essere recuperati, venduti e trasformati. Attorno ai rifiuti si formano così economie dalle quali dipendono migliaia di persone.
Ma il valore recuperato localmente può avere un prezzo sanitario e ambientale altissimo. Quando mancano impianti adeguati, dispositivi di protezione e sistemi di controllo, la separazione dei materiali, la combustione dei cavi, lo smontaggio delle apparecchiature e l’accumulo degli scarti espongono lavoratori e comunità a sostanze pericolose.
È precisamente qui che la nozione di “colonialismo dei rifiuti” acquista il suo significato più forte. Non descrive semplicemente uno spostamento geografico di oggetti indesiderati. Indica una distribuzione diseguale dei costi della società dei consumi: alcuni luoghi beneficiano maggiormente della produzione e del consumo, altri ricevono una quota sproporzionata delle conseguenze materiali della loro fine.
Le nuove regole europee
Negli ultimi anni l’Unione europea ha rafforzato la propria legislazione sui trasferimenti internazionali di rifiuti. Dal 1° gennaio 2025 è vietata l’esportazione di tutti i rifiuti elettronici dall’UE verso paesi non appartenenti all’OCSE.
Un altro passaggio importante scatterà il 21 novembre 2026: l’UE proibirà l’esportazione di rifiuti plastici verso i paesi non OCSE. Il divieto resterà completo almeno fino al 21 maggio 2029; successivamente i paesi interessati potranno chiedere di ricevere determinate categorie di plastica non pericolosa dimostrando di possedere sistemi capaci di gestirla in maniera ambientalmente sostenibile.
È una precisazione importante rispetto all’idea di una semplice “deroga” immediata: dal prossimo novembre il divieto sarà generale per i paesi non OCSE e la possibilità di chiedere l’esclusione dal divieto scatterà soltanto nel 2029. Parallelamente, la normativa europea introduce controlli più stringenti anche sugli altri flussi di rifiuti, con l’obiettivo dichiarato di impedire che l’Unione trasferisca fuori dai propri confini i problemi ambientali prodotti al suo interno.
Vent’anni dopo Abidjan
Ricordare il Probo Koala vent’anni dopo significa dunque evitare di trasformarlo soltanto in una catastrofe del passato. Il 19-20 agosto 2006 rende visibile un problema che appartiene pienamente al presente: chi deve sostenere il costo materiale di ciò che una società decide di gettare via?
20 years after #Trafigura’s dumping of toxic waste from the M.V. #ProboKoala in Côte d’Ivoire, thousands of victims continue to seek justice, accountability and effective remedies for the human rights infringements they suffered, UN experts: https://t.co/vU7FidkXtz pic.twitter.com/9X7fX6sS84
— UN Special Procedures (@UN_SPExperts) July 28, 2026
I rifiuti non scompaiono quando vengono allontanati dalla vista. Continuano a esistere in un altro luogo, dentro un altro paesaggio e spesso nella vita di altre persone. La questione posta dal Probo Koala è precisamente questa: fino a che punto è accettabile che la distanza geografica separi il consumo dalle sue conseguenze?
Vent’anni dopo Abidjan, la risposta non riguarda soltanto la gestione dei rifiuti. Riguarda il modo in cui vengono distribuiti, su scala mondiale, il valore e lo scarto, i benefici e i costi, la protezione ambientale e l’esposizione al rischio. Ed è per questo che la memoria del 19 agosto 2006 continua a parlare ben oltre la Costa d’Avorio.


