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Opinioni

Da sudditi a cittadini: la lunga marcia dell’Italia per la democrazia

Festeggiare l'80° anniversario della Repubblica non significa solo guardare ai traguardi di oggi, ma riscoprire il momento esatto in cui abbiamo conquistato la speranza.

ROMA, 2 giugno 2026 – Oggi l’Italia si ferma per celebrare una pietra miliare della sua storia: l’80° anniversario della Repubblica. Le piazze si riempiono, le Frecce Tricolori solcano il cielo sopra l’Altare della Patria e Palazzo Chigi si illumina con il Tricolore. Il claim ufficiale, “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese”, ci invita a riflettere. Ma cosa stiamo festeggiando esattamente oggi, in questo martedì di inizio estate?

Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e guardare oltre la superficie delle parate istituzionali. Dobbiamo riscoprire quel “seme” profondo che alberga nell’animo della nostra nazione.

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La via monarchica e le ombre del passato

La nostra storia unitaria non è stata un percorso lineare. Sebbene l’unione per via monarchica avesse conseguito l’Unità d’Italia, l’impianto sabaudo lasciò gli italiani profondamente diseguali tra loro. Lo Stato liberale scelse spesso la via dell’autoritarismo e della forza per risolvere le tensioni sociali, come dimostrò la sanguinosa repressione dei lealisti del Regno del Sud tramite la legge Pica del 1863. Da quel terreno, unito alle successive avventure colonialiste di fine Ottocento, e le repressioni militari delle proteste rurali e operaie germogliò il seme totalitario che avrebbe poi portato al Ventennio fascista. Il fascismo non nacque dal nulla, ma trovò terreno fertile in uno Stato che non aveva mai educato i suoi sudditi alla vera cittadinanza democratica.

Se l’Italia fosse stata unificata per via repubblicana e federale, come sognavano Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini, la storia avrebbe preso un altro corso. Una repubblica fondata sulla partecipazione popolare avrebbe curato subito le ferite del Meridione, azzerato l’analfabetismo e integrato le masse. Ma quel sogno democratico rimase a lungo schiacciato, protetto solo dalla memoria storica e da un’altra anima del Paese: quella pacifista e umanitaria.

 

Le radici dimenticate: la Repubblica Romana del 1849 e le donne italiane per amore

Quel “seme buono” era stato piantato ben prima del Novecento, precisamente nel 1849, tra le barricate della Repubblica Romana. Quel testo costituzionale, sebbene rimasto in vigore per pochissime ore, conteneva già i pilastri del nostro presente: la sovranità popolare, l’uguaglianza senza distinzione di fede o censo, e il rifiuto della guerra.

In quel laboratorio ideale, un ruolo fondamentale – e per troppo tempo cancellato dalla storiografia ufficiale – fu giocato dalle donne. Non spettatrici, ma protagoniste assolute. Tra loro spiccano figure straordinarie, italiane o divenute italiane per amore e per scelta ideale tramite il matrimonio, come Anita Garibaldi, che sacrificò la vita per la causa, e l’intellettuale  Margaret Fuller, unita al patriota Giovanni Angelo Ossoli, pioniera dei diritti femminili e prima corrispondente di guerra. Insieme a Cristina Trivulzio di Belgiojoso ed altre, organizzarono il primo sistema moderno di ospedali e di ambulanze che curavano difensori e nemici, dimostrando che la Repubblica era un ideale universale, inclusivo e senza confini.

 

1946: La conquista della speranza

Con la caduta del sogno della unificazione per via democratica, la svolta autoritaria e coloniale del regime monarchico furono il terreno di coltura da cui nacque la dittatura fascista. Quel ruolo femminile e quegli ideali democratici vennero silenziati per quasi un secolo. Fino al 2 giugno 1946.

Oggi non festeggiamo i traguardi economici o sociali che sarebbero arrivati solo decenni più tardi con l’applicazione della Carta del 1948. Nel 1946 abbiamo festeggiato l’atto di nascita: la conquista della speranza.

In un Paese devastato dalle macerie della guerra materiale e morale, 25 milioni di italiani, uomini e donne, si misero pacificamente in fila davanti ai seggi. Per la prima volta, la democrazia divenne intera: il suffragio universale chiamò al voto le donne, che risposero con un’affluenza oceanica superiore all’89%. Fu il riscatto definitivo delle madri, delle partigiane e di tutte le cittadine che la storia precedente aveva cercato di dimenticare.

Con quel voto, gli italiani licenziarono una monarchia colpevolmente complice del regime e scelsero la Repubblica, eleggendo l’Assemblea Costituente. Forze politiche opposte si sedettero insieme per scrivere le regole del gioco, traducendo in legge l’ideale internazionalista di Garibaldi – presidente della Lega Internazionale per la Pace nel 1867 – che oggi vive nell’Articolo 11 della nostra Costituzione.

 

Perché gioire oggi

Oggi, a ottant’anni da quel bivio, abbiamo il privilegio e il dovere di gioire. Siamo passati dall’essere sudditi con pochi e mal tutelati diritti all’essere cittadini protetti dall’Articolo 3. Godiamo di libertà civili, di pluralismo reale e di una rete di protezione sociale che garantisce salute e istruzione per tutti, indipendentemente dal reddito.

Festeggiare gli 80 anni della Repubblica significa riconoscere che la sovranità appartiene a noi. Significa onorare il cammino di chi, dalle prime battaglie risorgimentali, alle guerre partigiane, alle urne del 1946, ci ha consegnato le chiavi del nostro destino. La democrazia non è un traguardo immobile, ma una speranza conquistata ottant’anni fa che continua a camminare sulle nostre gambe e che va propugnata e difesa ogni giorno.

 

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