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Focus internazionale

Dal Mare Nostrum al Mare Israelianum? L’eclissi del diritto nel Mediterraneo

L’assalto alla Global Sumud Flottilla a largo di Creta trasforma le acque internazionali in zone di guerra, sfidando la sovranità europea e i trattati dell’ONU.

Da quando il Mare Nostrum è diventato Mare Israelianum?

Nell’antichità e nel periodo classico, i Romani non usavano questo termine. Le acque antistanti la Palestina e la terra d’Israele venivano chiamate in modi diversi a seconda della scala. Mare Nostrum indicava il termine generale per tutto il Mediterraneo, oppure Mare Internum. Mare Syriacum era il nome tecnico-geografico più frequente per la parte orientale del Mediterraneo , che bagnava le coste della Siria e della Giudea), Mare Phoeniceum era usato spesso per il tratto di mare leggermente più a nord, lungo le coste della Fenicia. E oggi? Cosa consente ad Israele di ritenere di poter considerare anche il mare di sua proprietà e di attaccare le imbarcazioni della Global Sumud Flottilla in acque internazionali, come pirati all’assalto in mare aperto, in spregio ad ogni diritto internazionale?

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Le immagini filtrate dell’abbordaggio sono terribili. Al largo delle coste greche, non lontano dall’isola di Creta, intorno alle 21:30 ora italiana, la flotta partita dalla Sicilia domenica 26 aprile è stata accerchiata e droni hanno sorvolato il tratto di mare. Ventidue delle cinquantotto imbarcazioni della Flottilla sono state raggiunte da unità della marina israeliana e gommoni d’assalto, non per un controllo di routine, ma per un’incursione militare contro una flotta di civili, medici, giornalisti e volontari provenienti da tutto il mondo, in navigazione verso la Palestina per rompere l’assedio e consegnare aiuti umanitari. La nave italiana Bianca è stata tra le prime a essere raggiunta. Equipaggio e attivisti hanno attivato le procedure di emergenza, salendo sul ponte per testimoniare pacificamente la propria presenza. La risposta israeliana è stata brutale: puntatori laser, armi spianate e l’ordine umiliante di inginocchiarsi a prua sotto il controllo costante dei droni. Dopo aver divelto i motori e paralizzato i sistemi di navigazione, le unità militari si sono dileguate. Quanto accaduto trascende il semplice atto di forza, si è trattato di una deliberata e consapevole messa a repentaglio di vite umane: ridotte a relitti inerti e private di ogni mezzo di comunicazione, le imbarcazioni sono state lasciate intenzionalmente sulla traiettoria di una tempesta imminente, nell’impossibilità di coordinarsi o chiedere soccorso. Secondo le ultime notizie e le cifre fornite dai media israeliani e dalle organizzazioni umanitarie, sarebbero ora circa 50 le navi sequestrate e centinaia i civili in stato di arresto.

L’azione configura una violazione senza precedenti della sovranità europea. Il blocco è scattato nelle acque internazionali a sud di Creta, circa 900 chilometri lontano dalla destinazione. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), l’alto mare è uno spazio di libertà dove vige la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Colpire una nave italiana in acque internazionali non è un’operazione di sicurezza, ma un atto di aggressione verso lo Stato di cui batte bandiera.

Maria Elena Delia, portavoce di Global Sumud Italia, parla di un’escalation che sfida apertamente i trattati internazionali. La strategia è la medesima, tanto in mare quanto a terra: annientare ogni mezzo di sussistenza e comunicazione per poi restare a guardare, lasciando che le “circostanze” portino a termine l’opera. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha giustificato il sequestro citando la Legge anti-terrorismo e sostenendo che gli aiuti debbano transitare esclusivamente attraverso i canali ufficiali controllati, ma la natura civile delle imbarcazioni , cariche di medicinali e monitorate da osservatori internazionali, smentisce di fatto la necessità di un intervento militare così violento in acque internazionali.

La Farnesina, subito attivata per chiedere informazioni a Israele, e per tutelare i cittadini imbarcati, in una nota ha scritto: ‘Il Ministero degli Esteri ha ricevuto informazioni su un avvicinamento di unità militari di Israele alle barche della Flottilla salpate nei giorni scorsi per una navigazione verso Gaza. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al Governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie a tutelare i cittadini italiani imbarcati’.  Recentemente la Procura di Roma ha contestato ad Israele il reato di tortura e sequestro di persona nell’ambito dell’inchiesta in relazione al trattamento subito dai cittadini italiani coinvolti nelle spedizioni precedenti della Flotilla. È la prima volta che la magistratura italiana formula un’accusa di tale gravità nei confronti di Israele.

Intanto, mentre il mondo sposta lo sguardo verso i nuovi incendi che divampano in Libano e nel resto del Medio Oriente, la tragedia di Gaza rischia di scivolare ai margini dell’attenzione mediatica. Eppure, ciò che accade in mare aperto è il riflesso esatto di ciò che avviene tra le macerie della Striscia e nelle strade della Cisgiordania,in una guerra di occupazione che ha eletto a primo bersaglio i civili, che continuano a morire ogni giorno, assediati dalla fame, dalla mancanza di igiene e da una crisi ormai cronica dell’assistenza sanitaria.

Gaza è diventata l’epicentro di una violazione universale dei diritti umani che minaccia di diventare la nuova, terribile norma internazionale. Se il Mediterraneo cessa di essere un mare di diritto per diventare un territorio di sopraffazione militare, la sconfitta non sarà solo della Flottilla, ma di tutta la civiltà giuridica europea.

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