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Diritti umani

Ddl antisemitismo, allarme del mondo accademico: potrebbe limitare la libertà di insegnamento

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia: "L’incorporazione della definizione dell’IHRA nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico”

Vietato criticare Israele. Lo afferma il testo unificato, che riunisce diversi disegni di legge sull’antisemitismo, approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato proprio nel giorno della memoria (27 gennaio). Il provvedimento adotta la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo cui «si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici».

La proposta, che presumibilmente diverrà legge in tempi brevi, è stata bocciata da Amnesty International: “L’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’IHRA nella legislazione nazionale rischia – secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi”.

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Desta particolare preoccupazione la norma  secondo la quale si può negare l’autorizzazione a una manifestazione, anche qualora vi sia un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita», definito  come tale in base alla predetta definizione dell’IHRA. In tal modo potrebbero essere vietate tutte le manifestazioni in favore della Palestina.

Anche molti esperti di antisemitismo, studiosi dell’ebraismo e dell’Olocausto, insieme a specialisti in materia di libertà di espressione e di contrasto al razzismo, si sono uniti alle proteste. Migliaia di accademici e scienziati hanno messo in guardia, infatti, dal pericolo che tale definizione potrebbe rappresentare per la libertà accademica e di insegnamento.

Le proteste sono state avanzate anche perchè la definizione dell’IHRA rischia di limitare le critiche legittime allo stato di Israele e di indebolire, invece di rafforzare, la lotta contro l’antisemitismo.

Anche negli Stati Uniti e in altri paesi europei, questa definizione viene usata per qualificare come antisemite posizioni politiche critiche nei confronti di Israele, criminalizzando così proteste pacifiche e, in generale, il dibattito pubblico sulle politiche israeliane.

Nessun Paese europeo, del resto, ha tradotto in legge la definizione in esame. La stessa IHRA ha dichiarato in passato che tale definizione non doveva essere “giuridicamente vincolante”. Il nostro Paese, qualora approvasse il disegno di legge, si distinguerebbe dagli altri Paesi europei e potrebbe costituire un pericoloso precedente.

In Germania, anche se la definizione IHRA non è legge,  è stata usata per negare finanziamenti pubblici a organizzazioni e progetti considerati incompatibili con la predetta definizione e per chiedere al governo di Berlino di prevenire attività del movimento Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni (Bds).

La paura di violare la definizione ha costretto numerose università inglesi e statunitensi a cancellare inziative contro l’apartheid israeliano e dibattiti sul boicottaggio di Israele. Negli States, addirittura, la definizione  è stata utilizzata in tribunale contro istituti accademici, per accusare di antisemitismo le rivolte di studenti filopalestinesi.

Già oggi in Italia la definizione costituisce la base della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e orienta il lavoro del Coordinatore nazionale incaricato di contrastarlo. Allo stesso modo la  definizione viene utilizzata per classificare gli episodi di antisemitismo raccolti dall’Osservatorio del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec).

Su queste basi sono state classificate come antisemite le attività dei gruppi Bds che propugnano il boicottaggio di beni israeliani. Questa campagna, oltretutto, contesta l’occupazione militare, l’apartheid e gli insediamenti illegali israeliani nella Cisgiordania, ma non ha alcun riferimento con l’odio razziale e persegue finalità  assolutamente nonviolente.

E’ singolare che alcuni parlamentari, rappresentanti eletti del popolo italiano, si facciano promotori di iniziative legislative in totale contrasto con la volontà del popolo stesso, che ha dimostrato, invece, in tutti i modi, il sostegno all’oppresso popolo palestinese vittima del genocidio israeliano. E’ una strana democrazia quella che, in questo modo, allontana i cittadini dalla vita politica e dalle elezioni.

La società civile, però, non si lascia intimidire da questi tentativi di criminalizzare il Movimento Pro Pal, che sembrano scritti sotto dettaura del Governo israeliano. I lavoratori portuali di molti porti del Mediterraneo (Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin),  hanno deciso, con una eccezionale iniziativa comune, uno sciopero internazionale, indetto per  il sei febbraio,  per non contribuire alla logistica della guerra, evitando di caricare armi per l’esercito di Tel Aviv. L’astensione dal lavoro è indetta dai seguenti sindacati: USB (Italia), Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman -Is (Turchia) e ODT (Marocco). Per l’Italia sono coinvolti gli scali di Genova, Ancona, Ravenna, Trieste e molti altri. Anche ad Amburgo e Brema e in alcuni porti statunitensi  si stanno organizzando  moblitazioni in tal senso.

I portuali mandano un segnale forte contro la cancellazione del diritto internazionale, in difesa dell’autodeterminazione dei popoli, contro la militarizzazione dei porti, il massacro dei palestinesi ancora in atto ed il traffico di armi

Luciano Bertozzi

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