Negli ultimi anni diversi Paesi africani hanno adottato o discusso normative sempre più restrittive nei confronti delle persone LGBTQIA+. Dall’Uganda al Mali, passando per Ghana, Senegal e Burkina Faso, il dibattito sui diritti delle minoranze sessuali è entrato sempre più al centro dello scontro politico e culturale. Per approfondire questo scenario abbiamo intervistato Sofia Mehiel, conosciuta come “La Papessa”, responsabile nazionale LGBTQIA+ del Partito Socialista Italiano e attivista per i diritti umani.
Sofia Mehiel è una figura di riferimento nel panorama dell’impegno civile italiano, ed è tra le voci che stanno seguendo con crescente attenzione l’inasprimento delle legislazioni contro le persone LGBTQIA+ in diversi Paesi africani. Attiva da anni nella tutela delle persone vulnerabili, coordina attività di accoglienza e sostegno rivolte a persone in condizioni di fragilità, con un impegno che negli anni ha spaziato anche nell’assistenza a detenuti, migranti e persone senza supporto sociale. Durante la pandemia ha partecipato a iniziative di volontariato sul campo e successivamente a missioni umanitarie in Ucraina.
Abbiamo contattato Sofia Mehiel per approfondire le dinamiche politiche, sociali e internazionali che stanno accompagnando il rafforzamento delle leggi anti-LGBTQIA+ nel continente africano.
Negli ultimi anni diversi Paesi africani stanno adottando leggi sempre più restrittive nei confronti delle persone LGBTQIA+. Non si tratta più di casi isolati. Come interpreta questa accelerazione?
«Non siamo di fronte a episodi separati, ma a una tendenza che si sta consolidando. In molti contesti la questione LGBTQIA+ viene trasformata in un terreno politico, dove si misurano consenso, identità nazionale e controllo sociale. Questo produce un arretramento reale sul piano dei diritti fondamentali.»
In Paesi come Uganda e Mali si è arrivati a norme estremamente dure, fino alla criminalizzazione esplicita e a pene molto pesanti. Cosa significa vivere in questi contesti per le persone coinvolte?
«Significa vivere in una condizione di esposizione permanente. Non si tratta solo della legge in sé, ma del clima che crea: paura, isolamento, impossibilità di dichiararsi, e in molti casi anche violenza sociale e istituzionale. Quando uno Stato legittima la repressione, tutto il resto della società tende a seguirne la logica.»
Alcuni governi giustificano queste scelte come difesa dei valori culturali o religiosi. È una spiegazione che regge?
«È una narrazione parziale. Certamente esistono contesti culturali conservatori, ma questi provvedimenti non nascono nel vuoto. Spesso vengono utilizzati come strumenti di legittimazione politica interna, per rafforzare il consenso o per individuare un nemico sociale su cui concentrare l’attenzione pubblica.»
In Ghana e Burkina Faso si parla anche di leggi che colpiscono chi sostiene i diritti LGBTQIA+. Che implicazioni ha questo aspetto?
«È un passaggio molto delicato, perché non si limita a colpire una comunità, ma restringe lo spazio democratico nel suo complesso. Quando viene criminalizzato anche il sostegno, si crea un effetto intimidatorio che riguarda giornalisti, insegnanti, attivisti e perfino famiglie. È un indebolimento generale della libertà di espressione.»
Che ruolo sta giocando la comunità internazionale in questo scenario?
«In molti casi un ruolo insufficiente. L’attenzione internazionale tende a essere intermittente e spesso legata all’emergenza del momento. Serve invece una pressione costante, ma soprattutto un sostegno concreto alle reti locali che si trovano a operare in condizioni sempre più difficili.»
C’è il rischio che questa tendenza si allarghi ulteriormente ad altri Paesi del continente?
«Il rischio esiste, soprattutto se queste politiche vengono percepite come “efficaci” sul piano interno. Per questo è importante non considerarle episodi isolati, ma segnali politici che, se non contrastati, possono diventare modelli replicabili.»
Le parole di Sofia Mehiel delineano un quadro in cui la questione dei diritti LGBTQIA+ in diversi Paesi africani non può essere letta soltanto come una dinamica interna, ma come l’intreccio di fattori politici, culturali e strategici. Al centro resta un dato: l’inasprimento delle norme non colpisce solo una minoranza, ma incide più in generale sullo spazio delle libertà civili e sulla tenuta dei diritti fondamentali. In questo senso, il fenomeno descritto dall’attivista si configura come una sfida che riguarda non solo i singoli Stati coinvolti, ma l’intero equilibrio internazionale sulla tutela dei diritti umani.


