Oltre 900 morti, forse anche più di 1000, nello sgombero di due sit-in della Fratellanza musulmana nelle piazze cairote di Rabaa al-Adawiya e di al-Nahda.
Con questo macabro “biglietto da visita”, il generale egiziano Abdelfattah al-Sisi si presentò al mondo il 14 agosto 2013, 40 giorni dopo aver diretto il colpo di stato che aveva deposto il governo del presidente Mohamed Morsi, autoritario certamente ma, fatto unico nella storia dell’Egitto, almeno eletto.
Una commissione d’inchiesta istituita nel dicembre 2013 dall’allora presidente ad interim Adly Mansour attribuì la responsabilità delle uccisioni alla polizia e al suo uso di proiettili veri, ma il rapporto venne insabbiato. Organizzatori e semplici partecipanti furono sottoposti a processi irregolari e di massa, terminati anche con condanne a morte.
Nessuno è stato mai chiamato a rispondere alla giustizia, invece, lungo la catena di comando che dai palazzi del potere portò alla gestione delle due piazze. L’impunità è stata ulteriormente rafforzata dalla legge, ratificata da al-Sisi nel 2018, che garantisce immunità dai procedimenti giudiziari agli alti gradi delle forze armate.
La “Tianamnen del Cairo”, il più feroce singolo massacro compiuto da soggetti statali nel XXI secolo, in Occidente sollevò qualche preoccupazione sulle tendenze repressive dell’alleato egiziano. Ma durò poco.
Negli anni successivi, incuranti della situazione dei diritti umani sempre più negativa, i governi dell’Unione europea e gli Usa hanno inondato l’Egitto di armi e si sono sperticati in lodi nei confronti di al-Sisi: “partner ineludibile”, secondo il mai dimenticato ipse dixit del ministro degli Esteri del 2017 Angelino Alfano, indispensabile rispetto a molti dossier (terrorismo, migranti, tregue o negoziati di pace tra Israele e Palestina, forniture energetiche) e al quale perdonare ogni violazione dei diritti umani.
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