Il massacro di piazza Rābiʿa al-ʿAdawiyya, al Cairo, è uno degli episodi più sanguinosi della crisi politica egiziana del 2013. Tutto ebbe origine il 3 luglio, quando il presidente Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, fu destituito dalle forze armate guidate dal generale Abdel Fattāḥ al-Sīsī. La sua rimozione provocò proteste di massa da parte dei suoi sostenitori, che occuparono per circa sei settimane le piazze Rābiʿa al-ʿAdawiyya, al Cairo, e al-Nahda, nella vicina Giza, trasformandole nei principali centri della mobilitazione contro il nuovo potere militare.
Secondo Human Rights Watch e Amnesty International, la maggioranza dei manifestanti presenti nei sit-in era disarmata, anche se all’interno degli accampamenti erano presenti elementi armati e si verificarono episodi di violenza. Dopo settimane di tensione, il governo decise di procedere allo sgombero.
La mattina del 14 agosto 2013 le forze di sicurezza circondarono le due piazze e iniziarono l’operazione. Polizia ed esercito avanzarono con mezzi blindati, demolendo barricate e utilizzando gas lacrimogeni e armi da fuoco. Gli scontri durarono per ore e provocarono un numero enorme di vittime. Amnesty International parla di almeno 900 persone uccise e di oltre mille feriti, mentre altre fonti hanno fornito stime differenti. Secondo le statistiche ufficiali, morirono inoltre otto membri delle forze di sicurezza.
Le autorità egiziane sostennero che lo sgombero fosse necessario per ristabilire l’ordine e che le forze di sicurezza avessero dovuto affrontare manifestanti armati. Le principali organizzazioni per i diritti umani hanno invece denunciato un uso sproporzionato della forza e l’uccisione di un numero elevatissimo di persone che non rappresentavano una minaccia immediata. Per Amnesty, nessun appartenente alle forze di sicurezza è stato successivamente chiamato a rispondere delle uccisioni.
Il massacro ebbe conseguenze che andarono ben oltre quel 14 agosto. Negli anni successivi centinaia di partecipanti ai sit-in furono arrestati e sottoposti a processi collettivi. Nel 2018, in un procedimento riguardante 739 imputati, un tribunale del Cairo inflisse 75 condanne a morte, 47 ergastoli e altre 612 condanne detentive, comprese pene fino a 15 anni. Amnesty International definì il processo gravemente irregolare, contestando soprattutto la mancata valutazione delle responsabilità individuali.
Secondo Amnesty, più di 650 partecipanti ai sit-in arrivarono a scontare pene fino a 25 anni in condizioni carcerarie inumane, con isolamento e denunce di torture e maltrattamenti. Anche dopo la scarcerazione, molti rimasero sottoposti a misure restrittive che potevano limitarne la libertà per dodici ore al giorno, mentre altri, condannati in contumacia, furono costretti a vivere in esilio. Diverse famiglie continuarono inoltre a non conoscere la sorte di persone scomparse dopo l’arresto.
A rafforzare le accuse di impunità contribuì anche una legge approvata dal Parlamento egiziano nel 2018, che autorizzava il presidente a concedere l’immunità dai procedimenti giudiziari agli alti ufficiali delle forze armate per atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni tra il 3 luglio 2013 e il 10 gennaio 2016, periodo nel quale rientra anche la repressione di Rābiʿa.
Rābiʿa è così diventata il simbolo di due letture inconciliabili degli eventi del 2013: per le autorità egiziane, un’operazione necessaria contro una protesta divenuta violenta e pericolosa; per Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani, una repressione sanguinosa accompagnata da gravi violazioni dei diritti fondamentali e rimasta sostanzialmente impunita. A distanza di anni, il bilancio di quella giornata comprende non soltanto i morti e i feriti, ma anche prigionieri, condannati a morte, esiliati, persone scomparse e famiglie ancora in attesa di verità e giustizia.


