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Opinioni

Emirati Arabi Uniti, l’Italia ratifica l’accordo militare tra cooperazione strategica e polemiche sui diritti umani

Negli Emirati Arabi Uniti entra in vigore l'accordo di cooperazione militare con l'Italia dopo la ratifica del Parlamento, mentre crescono le critiche per le esportazioni di armamenti, il possibile impatto sul conflitto in Sudan e la situazione dei diritti umani nel Paese.

L’accordo di cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti, firmato a Roma nel 2025, è legge. Il Parlamento lo ha ratificato con il voto contrario del Movimento 5 Stelle, di Alleanza Verdi Sinistra e l’astensione del Partito Democratico. Ancora una volta la nostra politica estera e di difesa è decisa dalla lobby delle armi.

Tale cooperazione si svilupperà attraverso lo scambio di visite e delegazioni, la partecipazione a seminari e corsi di formazione presso istituzioni militari, nonché lo sviluppo di attività addestrative ed esercitazioni congiunte. Per garantire l’efficacia operativa dell’Accordo, in particolare, viene istituito un Comitato congiunto per la cooperazione nel settore della difesa, incaricato di definire i piani annuali di attività e monitorare l’andamento dei progetti, assicurando che ogni iniziativa si svolga nel rispetto dei principi di sovranità, reciprocità e degli impegni internazionali assunti dall’Italia.

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Il provvedimento elenca dettagliatamente i campi di cooperazione che sono moltissimi: ricerca e sviluppo nelle industrie della difesa, compreso il dominio spaziale; importazione ed esportazione di equipaggiamento militare e supporto logistico integrato; acquisizione, gestione dell’approvvigionamento e procedure contrattuali; sicurezza cibernetica; tecnologia, intelligenza artificiale e sistemi autonomi a controllo remoto; future aree di sviluppo in ambito cibernetico, spazio e intelligenza artificiale e futuri sistemi d’arma; esercitazioni e formazione militare; sicurezza delle tecnologie nell’ambito della difesa; problematiche ambientali e di inquinamento, comprese le aree di sicurezza ambientali; cooperazione nei settori delle comunicazioni, delle tecnologie di informazione, dei sistemi di comando e controllo, degli equipaggiamenti e dei programmi; servizi di manutenzione, riparazione e parti di ricambio; cooperazione nello sviluppo di sistemi d’arma futuri.

Così come nei tanti altri accordi analoghi in vigore con altri Paesi, anche in guerra o retti da regimi liberticidi (ad esempio Israele e Somalia), non è prevista alcuna forma di trasparenza.

Gli Emirati, nel 2024, stati il 7° Paese destinatario di autorizzazioni all’export militare italiano con 294 milioni di euro (Relazione al Parlamento sulla legge 185/90). Nel periodo 2019-2025 l’ammontare delle esportazioni di armi italiane nel Paese è stato pari a circa 700 milioni di euro.

Agli Emirati negli ultimi anni abbiamo venduto di tutto: armi automatiche, armi pesanti, munizionamento, bombe/razzi/missili, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili, apparecchiature elettroniche, software. “Tutte tipologie di materiali – afferma la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD) – che possono essere facilmente triangolati o utilizzati dagli Emirati Arabi Uniti nelle filiere operative militari che giungono poi fino al conflitto sudanese”.

La RIPD ha chiesto, infatti, al Governo Meloni di fermare le vendite di armi italiane agli Emirati, per la loro complicità nell’alimentare la guerra in Sudan. Nel Paese africano sconvolto dal conflitto fra esercito governativo ed il gruppo armato del Rapid Support Forces (RSF), si registra, secondo l’ONU, una delle peggiori crisi umanitarie, con decine di migliaia di morti e milioni di sfollati. La risposta non si è fatta attendere. Alla fine del 2025 il Ministro della difesa, on. Crosetto è volato ad Abu Dhabi per rafforzare la cooperazione militare con l’Emirato. Tutto ciò mentre sia la normativa nazionale sia quella internazionale vietano le vendite di armi ai Paesi in guerra. È evidente che bisogna decidere se denunciare i massacri e la catastrofe umanitaria in atto o continuare ad alimentare l’escalation militare ed essere parte delle filiere militari e politiche che alimentano il conflitto.

L’Italia non soltanto fornisce le armi, ma ha svolto un ruolo significativo nel creare un’industria militare degli Emirati, in questo modo eventuali embarghi avranno effetti molto più limitati. Proprio in questi giorni Leonardo ed Edge – società emiratina nelle prime 50 industrie belliche mondiali – hanno siglato una joint venture per sviluppare radar e commercializzare i velivoli da addestramento M 346, su cui si sono addestrati anche i piloti israeliani.

Del resto il Paese mediorientale è uno dei principali acquirenti mondiali di armamenti, secondo il Sipri, prestigioso istituto di ricerche sul disarmo di Stoccolma per il periodo 2020-25 si colloca all’undicesimo posto con il 2,7% globale, sia pure con una riduzione del 15% rispetto al quinquennio precedente. Negli Emirati sono presenti anche alcune industrie della difesa italiane: Elettronica, Fincantieri e Leonardo.

Vista la situazione di conflitto in cui si sono trovati gli Emirati, nel conflitto illegale USA Israele contro l’Iran, gli esponenti dell’opposizone Boldrini, Fratoianni alla Camera dei Deputati hanno chiesto, inutilmente, la sospensione del disegno di legge.

Gli Emirati sono in nostro partner principale del Medio Oriente con un interscambio che vale otto miliardi di euro per il solo periodo gennaio-ottobre 2025. L’anno scorso nell’incontro fra la Presidente del Consiglio e il Presidente degli Emirati sono stati annunciati investimenti emiratini per un valore di 40 miliardi di dollari, inoltre è stato firmato l’Accordo di cooperazione militare in oggetto. Le forze armate italiane utilizzano anche una base negli Emirati per il contrasto al Daesh.

Nell’incontro al vertice, nessun accenno al rispetto dei diritti umani. Human Right Watch (HRW) ha registrato gravi violazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo HRW impongono severe restrizioni alla libertà di espressione, associazione e riunione, applicando una politica di tolleranza zero nei confronti delle critiche al governo.

Molti oppositori del governo stanno scontando lunghe pene detentive a seguito di processi iniqui, basati su accuse vaghe che violano i loro diritti fondamentali. Nel marzo 2025, un tribunale degli Emirati ha confermato le condanne e le pene abusive inflitte a 53 difensori dei diritti umani e dissidenti politici a seguito del secondo processo di massa più grande e iniquo nella storia degli Emirati Arabi Uniti, ponendo di fatto fine a qualsiasi possibilità di appello. Il tribunale ha condannato 43 persone all’ergastolo e le altre a pene detentive da 10 a 15 anni. Nonostante diverse riforme legislative in materia di diritti dei migranti, i datori di lavoro continuano a esercitare un controllo sproporzionato sui lavoratori migranti attraverso il sistema della kafala (sponsorizzazione). I lavoratori faticano ancora a cambiare lavoro e i datori di lavoro possono presentare false accuse di “fuga” anche quando i lavoratori si allontanano per sfuggire agli abusi, esponendoli al rischio di detenzione e deportazione. La legge criminalizza anche la “sodomia” con un uomo adulto.

Comunque gli Emirati sono un importante produttore di combustibili fossili ed hanno un Fondo sovrano che ha un portafoglio di centinaia di miliardi, ecco il motivo per cui nessun Governo si permette di criticarli.

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