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Focus internazionale

Afghanistan, Abida, un’altra vittima della violenza di genere

Nella provincia di Ghor in Afghanistan, una ragazza si è data fuoco per sfuggire a un matrimonio forzato.

Si chiamava Abida. Pur di sfuggire ad un matrimonio forzato, ha preferito scegliere di morire in una maniera tanto violenta quanto eclatante.Esasperata dalle violente pressioni per un matrimonio forzato impostole, il 27 aprile scorso, nel villaggio di Darzab Nili, nella provincia di Ghor, la giovane si è data fuoco.

La sua famiglia ha raccontato che pochi giorni prima del terribile gesto i talebani si erano recati nella loro abitazione e avevano arrestato il padre, Mohammad Alam, e i due fratelli di Abida, per essersi opposti al matrimonio forzato della giovane con un membro dei talebani.

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Secondo fonti locali, nonostante il rifiuto, un comandante talebano, Haji Mohammad Rahmani, voleva costringere Abeda a sposare suo fratello Mohammad Azim e per questo motivo era tornato al villaggio, per portarla via contro la sua volontà. Questo è l’inaccettabile destino a cui si è voluta sottrarre e che, purtroppo, tocca a moltissime giovani donne, che non hanno la forza o la possibilità di opporsi.

Abida, terrorizzata dall’irruzione dei talebani, si è data fuoco versandosi addosso del materiale infiammabile. Le gravissime ustioni riportate, purtroppo, non le hanno lasciato scampo, nonostante i tentativi di spegnere le fiamme che l’hanno avvolta.

Finora, nessuna fonte ufficiale dei talebani ha rilasciato dichiarazioni sulla tragedia, ma il sacrificio di Abida ha attirato l’attenzione dei media nazionali e internazionali e ha scatenato ampie reazioni anche sui social. Le giornaliste e i giornalisti di ZanTv e altre testate, quali Rukhshana Media, la poetessa Somaia Ramish, intellettuali e attivisti hanno lanciato appelli alla comunità internazionale affinché si riaccendano le luci sulla terribile condizione delle donne afghane, private ormai dei diritti minimi e costrette a subire continue violazioni e vessazioni. Il Movimento delle Donne Verso la Libertà, in una dichiarazione, ha descritto l’auto-immolazione di Abida come “un simbolo del grido silenzioso delle donne afghane” e ha fortemente condannato il regime talebano per la sua sistematica violenza contro le donne: “Abida, una ragazza tra migliaia di figlie silenziose di questa terra, sotto il dominio del sistema patriarcale e del fascismo talebano, nel momento in cui tutti i muri si sono alzati contro di lei, ha deciso di darsi fuoco affinché la sua voce non rimanesse silente.” Esprimendo dolore per questo incidente, il Movimento ha definito i talebani un “gruppo terroristico e misogino” e ha sottolineato che devono essere ritenuti responsabili nei tribunali internazionali per i crimini.

Private della possibilità di studiare, di lavorare, di uscire autonomamente, di parlare in pubblico, addirittura di pregare a voce alta, di affacciarsi alla finestra… senza voce, senza corpo, anche senza la possibilità di scegliere il proprio marito, queste sono le donne afghane in questo momento.

Numerosi rapporti di organizzazioni per i diritti umani e di media indipendenti negli ultimi anni hanno denunciato un preoccupante aumento dei matrimoni forzati e infantili in diverse province dell’Afghanistan.

In questi drammatici resoconti, il matrimonio forzato viene unanimemente descritto come una forma di brutale violenza strutturale contro le donne.

Le Nazioni Unite, Human Rights Watch e Amnesty International hanno ripetutamente espresso la loro preoccupazione per le gravi restrizioni dei diritti delle donne e delle ragazze afghane sotto il regime talebano. Purtroppo molti esperti di diritti umani hanno sottolineato come l’autoimmolazione rappresenti spesso l’estremo tentativo di fronte a una pressione psicologica insostenibile, a un senso di impotenza paralizzante e ad una violenza strutturale opprimente. In molti casi, le vittime non hanno alcuna possibilità di un supporto legale o di un rifugio sicuro per resistere alla coercizione. In Afghanistan ormai troppo spesso si sentono notizie di giovani donne che compiono scelte estreme, per troppe donne la brutale alternativa è arrendersi a un destino imposto o annientarsi in un atto di disperazione.

Campagne civili nello spazio virtuale con hashtag come #JusticeForAbida e #NoToForcedMarriage hanno chiesto alle organizzazioni internazionali di assumersi le proprie responsabilità in merito alla situazione delle ragazze afghane.

Abida è ormai deceduta, ma la sua storia rivela ancora una volta un’amara realtà e noi non possiamo e non dobbiamo girarci dall’altra parte. Non è possibile accettare che le donne afghane siano costrette a scelte estreme per far valere i propri diritti e far sentire la propria voce.

Abida, il tuo grido di dolore è arrivato fino a qui!

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