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Focus internazionale

Escalation in Libano, esodo di massa e Caschi Blu sotto attacco

Mentre 700.000 civili fuggono dai combattimenti, il fuoco colpisce il cuore della missione di pace: feriti due soldati ghanesi. La fregata Martinengo fa rotta verso Cipro.

Beirut – Mentre i bombardamenti israeliani si susseguono senza sosta su Beirut e il sud del Paese, siamo di fronte a una nuova, drammatica fase della guerra: da un lato, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di civili in fuga dai combattimenti, dall’altro, la preoccupante escalation che vede le forze di pace dell’ONU finire direttamente sulla linea del fuoco. Nella serata di venerdì 6 marzo due attacchi missilistici hanno centrato una postazione della Forza di interposizione delle Nazioni Unite (FINUL/UNIFIL) nel sud del Paese, provocando il ferimento grave di due militari ghanesi.

Il Presidente Joseph Aoun ha accusato formalmente Israele di essere l’origine del raid.

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I missili hanno centrato la mensa ufficiali, l’edificio è stato divorato dal fuoco e completamente distrutto.

Il battaglione ghanese opera nel Settore Ovest, insieme alla forza multinazionale, attualmente sotto il comando della Brigata Alpina Taurinense (per l’Italia). La loro base principale e il quartier generale si trovano ad Al Qawzah, una zona caldissima, situata proprio a ridosso della Blue Line, ovvero il confine di fatto tra Libano e Israele. Entrambi i contingenti gestiscono progetti di cooperazione civile-militare, come la distribuzione di aiuti medici, la fornitura di energia elettrica e il supporto alle scuole locali nei villaggi del sud. Con circa 870 militari, il Ghana è attualmente uno dei paesi che contribuisce in modo più massiccio alla missione di pace delle Nazioni Unite, la UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Al centro della crisi resta il contingente internazionale, ultimo e fragilissimo diaframma tra Israele e Hezbollah.

​Nei giorni scorsi il Governo libanese ha annunciato ufficialmente il divieto immediato di ogni attività militare e di sicurezza da parte di Hezbollah, dichiarandole illegali, una decisione storica che segna una svolta cruciale nel panorama politico e della sicurezza del Paese.

L’Italia mantiene una posizione chiave con circa 1.100 militari (Brigata Alpina Taurinense) impegnati nel Settore Ovest. Nonostante l’escalation e il riposizionamento delle Forze Armate Libanesi (LAF), che si sono ritirate da 50 posti di osservazione per evitare lo scontro diretto con Israele, i Caschi Blu rimangono a presidio delle loro posizioni, sebbene il mandato di stabilizzazione appaia sempre più fragile.

Intanto nuove esplosioni scuotono la capitale. Su Dahiyeh, la periferia sud e roccaforte di Hezbollah, si alza una densa colonna di fumo: l’esercito israeliano ha confermato un massiccio attacco contro le infrastrutture della milizia sciita.

L’ordine di evacuazione immediata ha scatenato un esodo di massa: in 700.000 hanno abbandonato l’area, secondo gli ultimi dati diffusi. Nonostante lo status di area militare, Dahiyeh resta un centro urbano densissimo: mezzo milione di residenti convivono, in un mosaico di civili e profughi palestinesi e siriani intrappolati nel conflitto. Le ONG sollevano gravi preoccupazioni, in quanto le evacuazioni intimate da Israele non prevedono garanzie di passaggio sicuro. Chi non riesce a fuggire verso nord si accampa nei pochi spazi verdi rimasti, come la Piazza dei Martiri, o dorme in auto e sulle spiagge.

Il Ministero della Sanità libanese ha fornito cifre allarmanti: dall’inizio delle ostilità, lo scorso lunedì 2 marzo, si contano almeno 217 morti e 798 feriti. A sud, la situazione si presenta altrettanto critica. A Sidone, un attacco a sorpresa contro un ufficio di Hamas ha causato 7 vittime civili all’interno di un palazzo residenziale. Contemporaneamente, le truppe israeliane sono penetrate in territorio libanese su due assi (Houla, Kfar Kila, Yaroun), puntando alla creazione di una “zona cuscinetto” a sud del fiume Litani. Il governo libanese, stretto tra l’aggressione israeliana e la presenza ingombrante di Hezbollah e dei suoi alleati iraniani, chiede disperatamente l’aiuto dei “paesi amici”. Il generale Aoun ha lanciato un appello a Emmanuel Macron per ottenere un cessate il fuoco immediato.

Parallelamente al fronte terrestre, si muove la macchina difensiva nel Mediterraneo: l’unità della Marina Militare Fregata Federico Martinengo è salpata verso Cipro con 160 uomini a bordo, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza dell’isola e proteggere i confini sud-orientali dell’Europa da potenziali attacchi con droni o missili, in coordinamento con Spagna, Francia e Olanda, come riferito in Parlamento dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto, un dispiegamento che conferma come il Mediterraneo sia diventato il nuovo confine sensibile di una crisi che nessuno, ormai, sembra riuscire a contenere.

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