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Focus internazionale

Escalation nel Golfo, l’Iran trasforma la metropolitana di Teheran in un rifugio antiaereo

Mentre la guerra affonda il commercio nello Stretto di Hormuz, Teheran minaccia di estendere il conflitto.

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase molto pericolosa, una vera e propria “guerra delle petroliere” nello Stretto di Hormuz, dove passava prima del conflitto circa un quinto dell’export mondiale di petrolio e gas. Tra il 4 e il 6 settembre le forze americane hanno colpito tre petroliere iraniane al largo dell’isola di Kharg e nel Golfo di Oman, in risposta al lancio iraniano di missili balistici contro una portaerei e un cacciatorpediniere statunitensi. Il Comando Centrale USA (CENTCOM) ha dichiarato che tutte le minacce sono state intercettate e che nessuna nave americana ha subito danni, mentre l’IRGC (i Guardiani della Rivoluzione) ha rivendicato per la prima volta il test di un nuovo missile anti-nave sopra una portaerei statunitense.

La situazione è ulteriormente precipitata: secondo notizie del 9 settembre, gli Stati Uniti avrebbero affondato cinque petroliere iraniane, e Teheran ha risposto colpendo dieci navi nello Stretto, quella che Reuters ha definito la più ampia ondata di attacchi alla navigazione commerciale dall’inizio della guerra. Almeno un marinaio risulta morto e un altro disperso. Il bilancio dell’intera guerra Iran-USA-Israele resta oggetto di forte disaccordo tra le fonti, anche perché l’accesso indipendente all’Iran è limitato. Il capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, il generale Mohsen Rezaei, ha confermato che Teheran istituirà una vera e propria “zona proibita” che partirà dalla linea del blocco navale statunitense e si estenderà nel Golfo Persico. Le navi che vi entreranno senza coordinarsi con l’Iran finiranno sulla lista delle sanzioni iraniane, con conseguenze sulle coperture assicurative e sui futuri transiti. Rezaei ha inoltre confermato l’accordo con l’Oman su un nuovo corridoio marittimo, le cui mappe dovrebbero essere firmate a breve. Secondo gli analisti la capacità iraniana di far rispettare concretamente questa zona resta però dubbia, vista la marina fortemente indebolita e una contrazione del PIL stimata dal FMI tra il 15 e il 25% per il 2026, il peggior crollo economico dal 1988. Nel frattempo, il 9 settembre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha deferito per la prima volta in vent’anni l’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per la mancata collaborazione alle indagini su tracce di uranio rilevate in siti non dichiarati. La risoluzione, presentata da USA, Regno Unito, Francia e Germania, è stata approvata nonostante il voto contrario di Cina, Russia e Niger. Nello stesso giorno il presidente Trump ha dichiarato di aspettarsi che la guerra finisca dopo le elezioni di metà mandato di novembre, sostenendo che l’Iran “non può resistere ancora a lungo”, un’affermazione che contrasterebbe con valutazioni più caute ricevute a porte chiuse dai suoi consiglieri. Il traffico nello Stretto è sceso ai minimi da maggio, con una media di 10 navi al giorno contro le oltre 15 di fine agosto, mentre il prezzo del greggio si avvicina ai 100 dollari al barile. Intanto Teheran si prepara intanto ad usare le metropolitane come rifugi. Il presidente del consiglio comunale della capitale, Mehdi Chamran, ha confermato che le stazioni della metropolitana della capitale saranno attrezzate come rifugi antiaerei, con servizi essenziali costruiti dentro o vicino alle stazioni. Non è stato fornito un calendario preciso, ma verranno installati cartelli per indicare i rifugi designati, e i residenti sono stati invitati a memorizzarne in anticipo l’ubicazione piuttosto che cercarli durante un’emergenza. Il timore ora è di un’estensione del conflitto all’Europa. A metà agosto la NATO era già dovuta intervenire per rassicurare gli alleati: secondo quanto riportato da Reuters e dal Financial Times, l’Iran avrebbe valutato internamente la possibilità di colpire obiettivi militari statunitensi in Europa, in particolare in Bulgaria, che il mese precedente aveva autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per velivoli americani da rifornimento, e a Cipro, dove una base britannica era già stata colpita da un drone a marzo. Un funzionario NATO ha dichiarato che l’Alleanza era “pronta ad affrontare qualsiasi minaccia” e avrebbe fatto “il necessario per difendere tutti gli alleati”, citando come prova quattro missili balistici iraniani intercettati nel corso dell’anno mentre erano diretti verso la Turchia. Le autorità iraniane non hanno mai confermato pubblicamente un piano d’attacco contro l’Europa, ma fonti vicine a Teheran citate dal Financial Times hanno indicato che il paese starebbe preparando opzioni per allargare il conflitto in caso di una nuova offensiva americana, senza escludere di porre “nessun limite” alla propria risposta. Le dichiarazioni più dure arrivano dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha avvertito Washington che “le regole del gioco sono cambiate” e minacciato ritorsioni contro le compagnie petrolifere americane nella regione. Diversi parlamentari e commentatori vicini alle Guardie della Rivoluzione parlano ormai apertamente di una strategia offensiva che va oltre la difesa del territorio iraniano, mentre non mancano voci critiche interne che mettono in dubbio la capacità militare di Teheran di sostenere l’escalation minacciata, vista l’assenza di una marina in grado di proteggere realmente le proprie petroliere. La discrepanza tra le minacce offensive di Teheran e la sua reale capacità di proteggere le rotte commerciali marittime evidenzia i limiti militari del paese. In assenza di una ripresa dei negoziati diplomatici presso le Nazioni Unite, la crisi nello Stretto di Hormuz continuerà a esercitare pressione sia sui mercati energetici mondiali sia sulla sicurezza della popolazione civile.

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