La provincia montuosa e isolata del Badakhshan, incastonata nell’estremo nord-est dell’Afghanistan al confine con Tagikistan, Cina e Pakistan, è teatro della più intensa e prolungata ondata di scontri contro il regime talebano dall’agosto 2021. Quella che inizialmente sembrava una sequenza di azioni isolate si sta evolvendo in una vera e propria fase offensiva coordinata, sostenuta da una pianificazione tattica, logistica e di intelligence di ben altro spessore.
La svolta ha preso forma quando Qayyum Malang, veterano di lungo corso ed ex membro delle forze speciali della Repubblica Islamica, ha guidato il neonato gruppo “Sepahian-e-Mihan” ( i Soldati della Patria) all’assalto del distretto di Yaftal-e-Sufla (o Yaftal-e-Paeen). Intorno alle 2 del mattino di venerdì 17 luglio 2026, un commando anti-talebano ha neutralizzato le forze di sicurezza locali, issato la propria bandiera e assunto il controllo temporaneo dell’amministrazione. Nonostante i tentativi di smentita e la diffusione di video di presunti arresti da parte della propaganda di Kabul, Malang ha confermato la piena operatività del gruppo, segnando un precedente storico: è la prima volta in quasi cinque anni che un distretto afghano sfugge temporaneamente al controllo centrale.
L’offensiva non è rimasta circoscritta a Yaftal, ma il conflitto si è rapidamente propagato ad altre aree nevralgiche. Nel distretto di Zebak, all’imbocco del corridoio del Wakhan, le forze speciali dell’Afghanistan Freedom Front (AFF), guidate dal comandante Salahuddin Pamir, hanno ingaggiato oltre venti ore di scontri a Topkhana, rivendicando l’abbattimento di droni ed elicotteri talebani. Parallelamente, a Khawan, un posto di frontiera del regime è stato bersagliato da un attacco missilistico, evidenziando un salto di qualità negli armamenti della resistenza. La pressione è salita ulteriormente nel Nord Salang, precisamente nel distretto di Doshi, dove nella notte del 25 luglio 2026 l’AFF ha teso un’imboscata a un convoglio di rifornimenti partito da Kabul, eliminando sette talebani e ferendone sei senza subire perdite. Infine, nelle valli di Andarab, Panjshir e Kapisa si sono registrati attacchi simultanei che confermano l’esistenza di un coordinamento interregionale senza precedenti.
Alla guida dell’AFF vi è il Generale Mohammad Yasin Zia, ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Nazionale Afghano e già vice direttore dell’NDS, l’agenzia d’intelligence della Repubblica. L’AFF stima di aver neutralizzato decine di miliziani avversari, forte di una rete di oltre 1.500 combattenti attivi. Questa galassia opera fianco a fianco con il Fronte della Resistenza Nazionale e con i Soldati della Patria, dando vita a un fronte marcatamente multietnico che unisce Tagiki, Hazara, Turkmeni e Pashtun e supera le vecchie divisioni identitarie. Il movimento anti-talebano conta il supporto militare di figure come il generale Jalaluddin Yaftal, e vede emergere una nuova generazione politica e militare tagika e persiana, cuore pulsante della resistenza armata e politica contro il regime talebano, storicamente a forte egemonia pashtun.
Gli scontri non hanno interessato solo le zone di montagne: a Lashkargah, capoluogo dell’Helmand, la popolazione locale di lingua pashto, stanca di un regime oscurantista che li affama e li sfrutta quotidianamente, si è spinta fino a cacciare i talebani dai villaggi a colpi di pietre. A oltre 1.780 giorni dalla presa del potere, la dittatura talebana affronta finalmente i segnali di una vera ribellione, trovandosi a gestire le prove più dure dal 2021.
I talebani mantengono il controllo delle città, ma la disgregazione anche interna dimostra che il regime si sta sgretolando: l’obiettivo della guerriglia non è occupare le metropoli, bensì logorare il centro del potere. Adottando le tattiche classiche della guerriglia – apparire, colpire e dissolversi tra le vette —, la resistenza sta riproponendo gli schemi che resero ingovernabile il Paese per l’Armata Rossa negli anni Ottanta. La gravità della situazione ha costretto il leader supremo Mullah Haibatullah a convocare tre rare riunioni di crisi con i governatori delle province settentrionali, mobilitati per dissuadere la popolazione dal sostenere la rivolta.
Tuttavia, incapace di arginare militarmente la guerriglia in alta quota, il regime risponde con la classica strategia della punizione collettiva: a Khawan, ad esempio, fallita la cattura degli autori degli attacchi si è passati ad arresti arbitrari e al pestaggio di civili ed ex soldati del tutto estranei alla lotta armata. La ripresa della guerriglia impone inoltra una profonda riconsiderazione strategica delle catene di approvvigionamento. Se le armi leggere possono essere facilmente recuperate sul campo, la comparsa di razzi e armamenti pesanti tradisce l’esistenza di linee logistiche strutturate, finanziamenti occulti e reti di contrabbando transfrontaliero. I governi dell’area mantengono una distanza di facciata, ma sullo sfondo si allungano le ombre di nuove rivalità regionali, a partire da quella con il Pakistan.
Il quadro internazionale appare estremamente complesso. Russia e Cina monitorano costantemente l’area attraverso i propri apparati d’intelligence. Pechino, in particolare, utilizza il satellite TEE-01B per prevenire infiltrazioni terroristiche e tutelare i propri confini, pur mantenendo relazioni puramente tattiche con Kabul (la cui aspirazione a entrare nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è finora sfumata). Le tensioni in Afghanistan rischiano di saldarsi con le operazioni degli Stati Uniti nel Baluchistan iraniano e con la dura repressione condotta da Islamabad contro i talebani pakistani del TTP e il Balochistan Liberation Army.
La stabilità precaria nel Badakhshan rischia inoltre di compromettere gli accordi di cooperazione siglati a gennaio 2026 tra unità talebane e Teheran.
La popolazione civile, gli attivisti e i rappresentanti della società civile guardano alla resistenza con la speranza di veder rotto un soffocante silenzio. Richiamando la distinzione tra aggressione e legittima resistenza, intellettuali come Bari Salam insistono sulla necessità di distinguere tra guerra d’aggressione e lotta per la libertà, definendo questa ribellione armata come la risposta estrema alla disperazione di un popolo impoverito, privato dei diritti fondamentali, a cominciare dall’istruzione e dal lavoro per le donne, e oppresso da una teocrazia soffocante. Nonostante le evidenti criticità e i limiti strutturali che caratterizzano queste forze, i gruppi armati della resistenza stanno riuscendo in un intento fondamentale: aprire una crepa profonda e inaspettata nel monolitico sistema di potere talebano. Anche dove non possiedano la forza per rovesciare il regime, la loro azione di logoramento e il risveglio della protesta popolare, stanno dimostrando che l’egemonia di Kabul non è più intoccabile.


