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Migrazioni

Eswatini, la nuova frontiera dell’esilio: migranti espulsi dagli Stati Uniti in un paese che non conoscono

Gli Stati Uniti deportano migranti verso l’Eswatini in base a un accordo segreto con la monarchia africana, trasformando il piccolo regno in una nuova frontiera dell’esilio forzato.

Nel cuore dell’Africa australe, un piccolo regno di appena un milione di abitanti è diventato, suo malgrado, il punto di arrivo di una politica d’espulsione che ridefinisce i confini morali e giuridici del diritto internazionale. L’Eswatini, monarchia assoluta guidata da Mswati III, ha accettato di ospitare cittadini stranieri espulsi dagli Stati Uniti, nell’ambito di un accordo segreto stipulato con l’amministrazione del presidente Donald Trump.

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L’accordo prevede che il regno africano accolga fino a 160 persone espulse dal suolo americano in cambio di 5,1 milioni di dollari destinati a “rafforzare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione”. Tra i deportati ci sono cittadini cubani, vietnamiti, laotiani, yemeniti e giamaicani: uomini che hanno vissuto per decenni negli Stati Uniti, alcuni dei quali avevano scontato interamente le proprie pene.

È il caso di Roberto Mosquera, cubano di 58 anni, arrestato in Florida a giugno e scomparso nel silenzio delle autorità fino a quando, un mese dopo, una foto diffusa su X dalla portavoce del Dipartimento della Sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ne ha annunciato la deportazione in Eswatini insieme ad altri quattro uomini. Nessuno di loro aveva mai sentito parlare del paese in cui sarebbe stato mandato.

Gli avvocati e i familiari di Mosquera raccontano una vicenda surreale. Ex membro di una gang giovanile, condannato nel 1989 e poi riabilitato, Mosquera viveva da anni in Florida con la moglie e le quattro figlie, lavorando in una ditta di idraulica. Cuba, come spesso accade, non aveva accettato il suo rimpatrio. Gli Stati Uniti hanno così scelto una via alternativa: l’espulsione verso un “paese terzo”.

All’arrivo a Mbabane, la capitale eswatiniana, i cinque uomini sono stati incarcerati in una prigione di massima sicurezza, privati dell’assistenza legale e costretti a comunicare con le famiglie solo tramite brevi videochiamate, sorvegliati da guardie armate. “È un buco nero legale”, denuncia l’avvocato Tin Thanh Nguyen. “Una forma di tratta moderna, mascherata da procedura ufficiale”.

Washington sostiene che si tratti di criminali gravi che i rispettivi paesi d’origine rifiutano di riprendere. Ma la giustificazione non regge di fronte a casi come quello di Orville Etoria, cittadino giamaicano con passaporto valido, spedito in Eswatini nonostante la Giamaica non avesse mai negato il rimpatrio. Solo dopo settimane di pressioni è riuscito a tornare nel suo paese natale, dove “cerca ancora di adattarsi a un luogo che non vedeva da cinquant’anni”.

Per gli altri, invece, l’orizzonte resta chiuso. L’accordo tra Washington e Mbabane — giudicato incostituzionale da numerosi giuristi — appare come un esperimento politico e diplomatico al limite dell’etica. In cambio di fondi per il controllo migratorio, un piccolo regno accetta di farsi carico di individui senza legami con il proprio territorio, mentre le loro famiglie negli Stati Uniti li piangono come se fossero scomparsi.

“Qualunque cosa abbiano fatto, sono usati come pedine in un gioco distopico di scambio tra uomini e denaro”, ha commentato l’attivista Alma David. L’ultima volta che la famiglia di Roberto Mosquera lo ha visto, durante una videochiamata dalla prigione di Matsapha, appariva dimagrito, con la testa rasata. “È come una condanna a morte”, ha sussurrato la sua amica Ada.

In un mondo in cui le frontiere si spostano ma i diritti restano fermi, l’Eswatini diventa così il simbolo di un nuovo tipo di esilio: non più legato alla fuga, ma imposto dal potere contrattuale tra Stati. Un esilio dove le persone vengono spostate come merci, in un silenzio che pesa più delle sbarre.

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