Per la prima volta in cinque anni, domenica scorsa è stato riaperto il confine sul valico di Zalambessa, permettendo alle comunità di riunirsi ed alle famiglie di riabbracciare i propri cari.
Etiopi ed eritrei sul confine di Zalambessa. Dal 2020 il confine tra Eritrea ed Etiopia è chiuso; lo scoppio della guerra nel Tigray e le successive tensioni che hanno interessato la regione non hanno mai permesso la riapertura della frontiera.

L’evento è stato organizzato domenica 22 giugno da attivisti locali alla presenza di leader religiosi e anziani delle comunità, un movimento transfrontaliero informale che sembra avere la benedizione (se non formale, almeno sostanziale) dei governi di entrambe i paesi.
Un incontro tanto atteso, tra gli sfollati presenti nei campi per IDP e le famiglie rimaste in uno stato di sospensione dal 2020.
“Non abbiamo organizzato tutto questo per rimanere in un posto o nell’altro, abbiamo solo voluto vedere le nostre case e le nostre famiglie“, dicono i presenti in un trasporto emotivo non indifferente.
Molti di loro vivono in villaggi vicini, a migliaia si sono spostati fino ai campi presenti ad Adigrat, subendo condizioni di vita inimmaginabili. Ad oggi sono 55000 i rifugiati interni che vivono nei campi e in rifugi di fortuna nell’area, in questi 30 km di terra a sud di Zalambessa. Uomini, donne. bambini che fanno affidamento sulle Ong, le strutture religiose e le famiglie per sopravvivere , con la speranza di ritornare a casa, un giorno.
Nella zona di Zalambessa le infrastrutture sono distrutte, l’elettricità, le comunicazioni i servizi bancari non funzionano, sono avanti distrutti durante la guerra e pretenderanno investimenti economici piuttosto significativi.
Sebbene le scuole e le strutture sanitarie vengono lentamente ricostruite e ripristinate dalle comunità locali, ciò non basta.
Gli attivisti dicono di sostenere gli sforzi di pace prodotti con gli accordi di Pretoria, scandendo come un mantra che “non c’è niente di più grande della pace” ed esortano il governo eritreo e quello etiope “a lavorare per la riconciliazione”, invitando le organizzazioni internazionali a sostenere questi sforzi, lavorando sulla ricostruzione.
Abraham Hagos (PhD), capo dell’amministrazione della zona orientale del Tigray ha tenuto a precisare che l’evento non “era qualcosa organizzato e realizzato attraverso azioni governative, bensì dalle comunità e dagli anziani per rafforzare la connessione tra le persone e creare la pace. Come amministrazione, sosteniamo le connessioni da persona a persona e non ci opponiamo ad esse“.
Una precisazione pilatesca che non toglie nulla all’importanza dell’evento anzi, ma è indice della situazione politica attuale.
L’evento arriva infatti con i contatti avuti tra il Tplf di Debretsion Gebremichael con la leadership eritrea. “Il partito sta lavorando per garantire che le relazioni tra persone che si sviluppano tra i popoli del Tigray e dell’Eritrea continuino a rafforzarsi” ha affermato quest’ultimo durante una cerimonia tenutasi a Hawzen domenica per commemorare il 37° anniversario dei martiri della regione.
Sebbene le relazioni tra Etiopia ed Eritrea si siano normalizzate nel 2018, quando il primo ministro Abiy Ahmed annunciò l’accettazione da parte dell’Etiopia della sentenza della Commissione di confine Eritrea-Etiopia (EEBC), ponendo fine a due decenni di stallo tra i due paesi, lo scoppio della guerra nel Tigray, che ha visto il coinvolgimento delle forze militari eritree a fianco delle forze federali etiopi (accusate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità) aveva di nuovo fatto ripiombare la situazione nel buio più totale.
La stessa città di Zalambessa e sei kebeles (la più piccola unità amministrativa in Etiopia) del distretto di Gulomakeda sono rimasti sotto il controllo delle forze eritree, nonostante la firma dell’accordo di cessazione delle ostilità di Pretoria, almeno fino alla fine del 2024. Il sindaco di Zalambessa, Berhane Berhe, ha detto che “circa il 75% di Zalambessa” era sotto il controllo eritreo, mentre il restante 25% era detenuto dalla Forza di difesa nazionale etiope (ENDF).

“Come persone, vogliamo mangiare, commerciare e partecipare a eventi sociali come prima. I loro fratelli sono qui, i nostri fratelli sono lì. Ciò di cui abbiamo bisogno è la pace” hanno detto i presenti all’evento.
Ma c’è ancora molto lavoro da fare, la pace (di fatto) è ancora lontana: la normalizzazione è un processo lungo, pretende impegno da tutte le parti in causa, non solo quello della società civile, che ha subito gli orrori della guerra e che oggi richiede con forza di tornare a poter vedere i propri familiari, commerciare come avveniva prima, poter tornare alle proprie case.








