La storia di Amanuel potrebbe interrompersi da un momento all’altro. Ogni rumore di passi nel corridoio della prigione potrebbe essere l’annuncio della sua esecuzione. “Sono un uomo morto che cammina”, racconta il giovane etiope, detenuto nel carcere di Khamis Mushait, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, dove attende la pena capitale insieme a decine di altri connazionali.
La sua testimonianza è stata raccolta dalla CNN, che ha dedicato una lunga inchiesta alla condizione dei migranti etiopi condannati a morte nel Regno saudita per reati legati al traffico di droga. Per ragioni di sicurezza il nome del detenuto è stato cambiato.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani citate dall’emittente americana, solo in una sezione del carcere sarebbero rinchiusi circa sessanta cittadini etiopi condannati a morte, mentre altri si trovano in diversi istituti penitenziari del Paese. Le associazioni denunciano un modello ricorrente che colpisce soprattutto migranti vulnerabili, arrivati in Arabia Saudita dopo aver attraversato uno dei corridoi migratori più pericolosi del mondo.
Amanuel racconta di essere fuggito dalla regione etiope del Tigray durante la guerra civile. Dopo due anni trascorsi nello Yemen, sarebbe riuscito a entrare in Arabia Saudita, dove avrebbe trovato lavoro come pastore. Successivamente, il suo datore di lavoro gli avrebbe proposto di trasportare merci da un luogo all’altro. Solo dopo l’arresto, sostiene il detenuto, avrebbe scoperto che nel veicolo era nascosto hashish.
Il giovane afferma di essere stato picchiato durante gli interrogatori, costretto a firmare documenti scritti in una lingua che non comprendeva e privato dell’assistenza legale. Racconta inoltre che soltanto durante l’ultima udienza gli sarebbe stato affiancato un interprete, incaricato esclusivamente di tradurre la sentenza di condanna a morte.
Le organizzazioni internazionali che seguono questi casi denunciano da tempo gravi criticità nelle garanzie processuali offerte ai cittadini stranieri accusati di traffico di stupefacenti. Le principali contestazioni riguardano la difficoltà di ottenere un’adeguata difesa, la mancanza di interpreti qualificati e le accuse di confessioni estorte con la violenza.
L’Arabia Saudita continua invece a difendere la propria politica giudiziaria. Le autorità sostengono che le condanne siano il risultato di processi regolarmente conclusi e ribadiscono che il contrasto al traffico di droga rappresenta una priorità per la sicurezza nazionale, giustificando l’applicazione delle pene più severe previste dalla legge.
I numeri mostrano un netto incremento delle esecuzioni. Secondo i dati raccolti da organizzazioni non governative sulla base delle comunicazioni ufficiali saudite, nel 2025 il Regno ha eseguito 356 condanne a morte, il dato più elevato degli ultimi anni. Di queste, 240 riguardavano reati di droga e la maggior parte dei giustiziati erano cittadini stranieri. Nei primi mesi del 2026 le esecuzioni per reati di droga non associati a omicidi hanno già superato le settanta unità, con gli etiopi che rappresentano il gruppo straniero più numeroso.
Dietro questi numeri si nasconde una delle principali rotte migratorie del continente africano. Ogni anno oltre centomila etiopi cercano di raggiungere l’Arabia Saudita attraversando Gibuti e lo Yemen. Il viaggio è spesso segnato da violenze, sequestri, richieste di riscatto e dall’azione dei trafficanti, che secondo diversi studiosi approfittano della vulnerabilità economica dei migranti inducendoli o costringendoli a trasportare sostanze illegali, talvolta senza che essi siano pienamente consapevoli delle conseguenze.
La vicenda solleva anche interrogativi diplomatici. Il governo etiope afferma di mantenere un dialogo costante con Riyad e di utilizzare tutti i canali consolari disponibili per assistere i propri cittadini. Tuttavia, finora non ha assunto una posizione pubblica particolarmente incisiva sui casi dei condannati a morte, limitandosi a ricordare che quasi duemila etiopi hanno beneficiato negli ultimi anni di provvedimenti di clemenza concessi dalle autorità saudite.
Per Amanuel e per gli altri detenuti, però, il tempo continua a scorrere nell’incertezza. Racconta di non aver mai detto ai propri genitori di essere nel braccio della morte, per non infliggere loro un dolore insopportabile. Ogni volta che una guardia si avvicina alla porta della cella, conclude, teme che sia arrivato il suo turno.
Secondo la ricostruzione della CNN, questa non è una vicenda isolata, ma il punto d’incontro tra migrazioni forzate, povertà, reti di traffico internazionale e sistemi giudiziari fortemente contestati dalle organizzazioni per i diritti umani.


