Il governo continua a comprare droni e componenti anche da Cina, Turchia ed Iran. Nel 2020 è stato il primo paese africano ad utilizzare droni armati in un conflitto.

La SkyWin Aeronautics Industries è stata inaugurata dl PM Abiy Ahmed l’8 Marzo 2025 ad Addis Abeba e dallo scorso anno produce migliaia di “veicoli aerei senza equipaggio sia per uso civile che militare”.
Dalla fine dello scorso anno nella capitale è sorta e produce anche una seconda azienda, la Aerobay; durante l’inaugurazione il PM, sempre presente, affermò: “La nostra economia è tra le più veloci al mondo, ma il trionfo economico dovrebbe essere in linea con la costruzione della nostra capacità di difesa“.
In una regione storicamente modellata dalla militarizzazione esterna, dagli interventi stranieri e dalle alleanze mutevoli, la capacità di progettare e produrre sistemi di difesa avanzati segnala l’intento dell’Etiopia di garantire i propri interessi nazionali alle proprie condizioni.
La progettazione e l’utilizzo di sistemi UAV (veicoli aerei senza pilota), UCAV ( droni da combattimento e droni armati) e sistemi UAS (includono il velivolo, la stazione di controllo a terra e i collegamenti) è ormai storia vecchia di cinque o sei anni.
Nel 2020, allo scoppio della guerra tra il governo di Addis Abeba e quello tigrino, l’utilizzo dei droni, allora acquisiti da Turchia, Cina ed Iran, si rivelò piuttosto vantaggioso per le truppe federali impegnate sul campo.
L’Etiopia ha acquistato droni Akinci dalla Turchia e alcuni modelli Bayraktar TB2 più semplici, così come il più economico Wing Loong dalla Cina e il Mohajer-6 dall’Iran.
L’ENDF, l’esercito federale, ha impegnato questo sistema di controllo ed armamenti sempre di più; secondo il data center ACLED nel Tigray sono stati registrati 14 strike effettuati con droni (sette dei quali solo nel mese di agosto e ne sono stato testimone) e in Amhara sono ben 102 gli episodi dallo scoppio dei combattimenti contro le milizie Fano.
Sebbene il governo non manchi di sottolineare come la produzione industriale di droni non serva “ad alimentare il conflitto ma a prevenirlo” oggi vi sono dei punti ancora oscuri sui quali andrebbe fatta luce.
Dei siti di produzione, delle inaugurazioni in pompa magna e delle riprese ben fate dicono poco sulla reale capacità dell’Etiopia di produzione di UAV e UCAV. Ciò che occorre sapere è da dove proviene la tecnologia, dove vengono comperati i componenti, eventuali kit di assemblaggio o da dove viene la progettazione, fosse essa rilasciata sotto licenza.

L’utilizzo di questi droni inoltre, potrebbe essere soggetto a grandi rischi.
Il PM Abiy Ahmed ha sottolineato più volte come la capacità di autonomia in questo senso, sia una garanzia per la sovranità nazionale e la prosperità del paese, ma senza alcuna trasparenza (ai giornalisti è stato impedito di partecipare alle inaugurazioni dei siti di produzione delle due aziende) ed una scarsa supervisione democratica, questa tecnologia rischia di essere sfruttata per la repressione interna.
Mentre Addis Abeba “commercializza” le sue capacità di difesa, molte zone del paese sono a ferro e fuoco. Intere comunità hanno sperimentato e sperimentano tutt’oggi l’utilizzo di questi armamenti, piangono le vittime degli strike e per molti etiopi, questo programma di produzione non è simbolo di indipendenza e prosperità, ma significa paura, morte e distruzione.
I sistemi oggi in dotazione all’aeronautica etiope, ne sono stati visti contrassegnati come “SW01”, somigliano molto ai modelli cinesi già disponibili sul mercato.
Quelli in fabbricazione alla Aeroabay dovrebbero essere di piccola taglia, con un costo che si aggira tra i 5000 e i 10000 dollari, sono dei qudricotteri FPV (First-Person View) che servono sia al rilevamento che al trasporto di carichi esplosivi e sono controllati da cavi in fibra ottica.
L’utilizzo dei droni potrebbe essere visto come un modo per evitare costosissime operazioni di terra, ha osservato Magnus Taylor dell’International Crisis Group, o il tentativo di interrompere la catena logistica delle truppe tigrine ( i bombardamenti sui depositi di armi e sui quartier generali delle TDF) in previsione di una futura operazione con truppe meccanizzate.
La guerra in Sudan e altre rivalità regionali, tra cui l’amaro antagonismo tra Etiopia ed Eritrea, aumentano il rischio di un nuovo conflitto nel Tigray; in parte perché Addis Abeba teme che il TPLF diventi una pedina in mano ai suoi principali avversari regionali (vale a dire l’Eritrea, l’Egitto e l’esercito sudanese), in parte per le accuse rivolte ad Addis Abeba da parte dell’esercito sudanese di coinvolgimento diretto nella guerra contro le Rapid Support Forces comandate da Hemedti.
L’esercito sudanese ha accusato più volte l’Etiopia di permettere agli Emirati Arabi Uniti di lanciare droni in Sudan per conto delle RSF, dal campo di Asosa, uno snodo logistico su suolo etiope a confine con il Sudan.
Le recenti analisi di Reuters basate sulle immagini satellitari in possesso all’Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale, confermano come questa triangolazione sia ormai in atto da mesi. Ad aggiungere benzina al fuoco gli abbattimenti di droni a confine, da parte dell’esercito sudanese impegnato sul campo.
Oltre il terrore nella repressione interna, quindi, l’utilizzo di questi sistemi può divenire strumento anche nelle controversie regionali, alimentando i timori di un’escalation che potrebbe ridefinire – potenzialmente – il destino del Corno d’Africa.
Abiy “non sembra voler essere trascinato in una costosa guerra di terra nel Tigray a questo punto”, scrive Magnus Taylor.
“Abiy sembra vedere nei droni la capacità di logoramento e poiché può usare i droni essenzialmente senza opposizione, può continuare a logorare molto a lungo”.

