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Diritti umani

Etiopia, l’Esercito di liberazione oromo responsabile di violenze sessuali

Donne e ragazze vittime di stupri, anche di gruppo, schiavitù sessuale, esecuzioni sommarie e distruzione di beni civili, sono azioni che possono costituire crimini di guerra perpetrate durante il conflitto iniziato nel 2019 nella regione etiope

Amnesty International ha pubblicato una nuova ricerca che documenta come il gruppo armato Esercito di liberazione oromo abbia sottoposto donne e ragazze a stupri, anche di gruppo, schiavitù sessuale, esecuzioni sommarie e distruzione di beni civili – azioni che possono costituire crimini di guerra – nel contesto del conflitto iniziato nel 2019 nella regione di Oromia, in Etiopia.
La ricerca, intitolata “Nessuno è venuto in mio soccorso: stupri di gruppo, schiavitù sessuale e sfollamento di massa di donne in Oromia, in Etiopia”, documenta atrocità contro la popolazione civile, in particolare donne e ragazze, commesse dall’Esercito di liberazione oromo nei distretti di Sayo e Anfillo, nella zona di Kellem Wallaga, tra il 2020 e il 2024.
Ai fini della sua ricerca, Amnesty International ha intervistato dieci persone sopravvissute a stupri di gruppo, sette delle quali avevano meno di 18 anni all’epoca delle violenze. L’organizzazione ha inoltre raccolto testimonianze di personale sanitario e analizzato le cartelle cliniche delle persone sopravvissute.
“Ci violentavano ogni giorno, due volte al giorno”
Delle dieci persone sopravvissute intervistate, cinque sono state sottoposte anche a schiavitù sessuale. Nove hanno riferito di essere state aggredite da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo, mentre una ha subito violenza tanto da parte di questi quanto da un soldato delle Forze di difesa nazionale etiopi.
Due delle persone sopravvissute sono rimaste incinte a seguito della violenza sessuale subita.
Le donne hanno descritto in modo dettagliato aggressioni brutali durate giorni e, in alcuni casi, settimane.
Lalistu* e sua figlia Sebontu*, che all’epoca aveva 12 anni, sono state tenute per tre settimane all’interno di una grotta con le mani legate a un albero e sono state violentate da più uomini appartenenti all’Esercito di liberazione oromo.
“Ci violentavano ogni giorno, due volte al giorno. Intorno alle 11 e alle 18. Ogni giorno a quell’ora avevo paura. Mi dicevano: ‘Morirai. Non tornerai mai a casa’”, ha raccontato Sebontu*, che oggi ha 17 anni.
“Per tre settimane, 15 uomini hanno violentato me e mia figlia. Si alternavano”, ha dichiarato Lalistu ad Amnesty International.
Un’altra persona sopravvissuta, Anisa*, incinta al momento dell’intervista a seguito della violenza sessuale subita, è stata posta in schiavitù sessuale da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo alla fine del 2024. Ha raccontato ad Amnesty International che i combattenti la prelevavano ripetutamente dalla sua abitazione per portarla nella boscaglia, dove la sottoponevano a stupri di gruppo. Le violenze sono cessate solo dopo l’insorgere di problemi di salute.
Le persone sopravvissute hanno riferito ad Amnesty International di essere state violentate da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo per rappresaglia, poiché avevano mariti, fratelli o padri nelle forze governative. Hanno inoltre raccontato di essere state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni dopo le violenze sessuali; le case di chi si rifiutava di andarsene venivano incendiate.
Due persone sopravvissute hanno dichiarato che i combattenti hanno ucciso anche loro familiari maschi, tra cui il marito di Lalistu, ucciso mentre cercava di proteggere lei e la figlia dodicenne.
“Gli hanno sparato [uccidendolo] quando siamo arrivati nella foresta. Non mi sono nemmeno voltata a guardare dopo che lo hanno ucciso”, ha raccontato Lalistu*.
Ridotte al silenzio
Tutte e dieci le persone sopravvissute e il figlio di una di loro, che ha subito gravi percosse, hanno dichiarato di avere a che fare, ancora oggi, con le conseguenze fisiche delle violenze subite. Tuttavia, hanno riferito di aver avuto paura di rivolgersi a strutture sanitarie per interrompere le gravidanze o sottoporsi ai test per le infezioni sessualmente trasmissibili, a causa di possibili ritorsioni da parte dei combattenti dell’Esercito di liberazione oromo e delle autorità, nonché per lo stigma associato alla violenza sessuale.
Le persone sopravvissute hanno chiesto la fine delle violenze, giustizia e punizioni. Una di loro ha dichiarato: “Se fosse possibile trovarli, spero venga fatta giustizia, affinché ciò che è accaduto a me e ad altre persone finisca”.
Le restrizioni imposte dal governo federale e dalle autorità regionali etiopi hanno reso quasi impossibile, per attori nazionali e internazionali, accertare la reale portata delle violazioni contro la popolazione civile dall’inizio del conflitto in Oromia.
*I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità delle sopravvissute.
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