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Crisi

Etiopia. Revocato lo status legale del Tplf: crisi con precedenti

Etiopia

Il 14 maggio la Commissione elettorale nazionale etiope NEBE, ha ufficialmente revocato lo status legale del Tplf. Il Fronte accusa il governo di non mantenere fede agli Accordi di Pretoria. Per gli stranieri è possibile viaggiare verso la regione solo con lasciapassare del Ministero degli esteri etiope. Tensione ai massimi livelli.

La crisi tra governo federale e governo tigrino sembra andare verso lo scontro frontale. Il 14 maggio la Commissione elettorale nazionale etiope NEBE,  ha ufficialmente revocato lo status legale del Tplf, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, citando la mancata attuazione da parte del partito di alcune misure correttive ordinate dal Consiglio della NEBE.

Etiopia. La decisione, con effetto il 05 maggio 2025, segue la scadenza di un termine di tre mesi rilasciato al TPLF nel febbraio 2025.

Secondo la commissione elettorale etiope, il Tplf “non ha soddisfatto“i requisiti che consentono ai partiti politici registrati in “circostanze speciali compresi quelli con una storia di lotta armata“, di essere posti sotto un riconoscimento provvisorio (necessità di tenere un’assemblea entro sei mesi dalla registrazione, avvenuta nell’agosto del 2024, e di informare il Consiglio con 21 giorni di anticipo per consentirne il monitoraggio.

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Il Tplf, che ha compiuto 50 anni di storia e di lotta, a detta della Commissione, non si è mai confrontato con quest’ultima. Ma la leadership è di tutt’altro avviso, sostenendo che gli accordi di Pretoria, che hanno messo fine alle ostilità tra il governo federale e il Tplf dal 2020 al 2022, hanno garantito de facto il ripristino come partito politico del fronte.

Le recriminazioni seguono l’accusa da parte dell’Ufficio per la pace e la sicurezza del Tigray nei confronti del governo federale, di aver manipolato l’ex presidente ad interim del Tigray, Getachew Reda, per diffondere discordia interna e screditare la leadership della regione e di  condurre una campagna deliberata del governo federale etiope volta a indebolire l’accordo di pace di Pretoria del 2022 e destabilizzare la regione.

Getachew Reda si è reso protagonista di due interviste nelle quali ha accusato alti funzionari della sicurezza del Tigray di coinvolgimento in “estrazione illegale di oro, appropriazione indebita di fondi pubblici e traffico di esseri umani“.

Debretsion Gebremichael, leader del Tplf, ha presentato un appello formale all’Unione Africana, affermando che la revoca dello status giuridico del TPLF da parte della Commissione Elettorale Nazionale dell’Etiopia rappresenta una “violazione fondamentale” degli accordi di Pretoria.

Ha avvertito che riformulare questioni politiche come manovre tecnico-legali potrebbe far deragliare il processo di pace e provocare una rinnovata instabilità: “Questa azione è motivata politicamente e contraddice direttamente lo spirito e i termini dell’accordo di Pretoria”.

La messa al bando del Tplf, come entità politica segue uno stop ai viaggi verso il Tigray per gli stranieri che non siano in possesso di un lasciapassare da parte del Ministero degli esteri etiope. Una decisione sulla quale l’Ufficio per il turismo e la cultura dell’amministrazione ad interim ha chiesto giustificazione immediata.

Al di là dello status giuridico legale del Tplf ciò che è al centro della questione è il divieto assoluto, impartito al fronte, di ulteriori attività politiche e le nuove disposizioni sui beni del partito che verranno trattati secondo le disposizioni di legge.

La decisione praticamente riclassifica il TPLF come “partito politico illegale“.

Ciò che sta accadendo in queste ore in Etiopia avrà sicuramente un impatto sugli Accordi di Pretoria, per ora non quantificabile; ciò che invece è sotto agli occhi di tutti è la situazione umanitaria interna.

Oltre 1,1 milione di persone ha necessità immediata di assistenza umanitaria, la regione è quella che ospita il maggior numero di migranti in fuga da guerra: il 38,3% del totale nazionale pari a 871.056 persone (dati Oim, maggio 2024).

Due anni di conflitto armato hanno avuto pesanti ripercussioni sul sistema sanitario regionale limitando gravemente l’accesso alle cure per i tigrini. Dopo la guerra, circa l’80% degli ospedali e dei centri sanitari del Tigray risultava parzialmente o totalmente danneggiato. Le fabbriche sono state danneggiate o smantellate, i macchinari portati via o letteralmente rubati dalle truppe sul campo.

Migliaia (i casi non sono quantificabili) sono i casi di violenza sessuale, altrettanti quelli di uccisioni extragiudiziali e violazioni dei diritti umani durante il conflitto.

Tigray Photo credit: Ximena Borrazas / Twitter
Photo credit: Ximena Borrazas / Twitter

Ad aggravare la situazione lo stop ai rifornimenti di aiuti alimentari annunciato dal PAM in questi ultimi giorni, a causa della mancanza di fondi (dovuto al taglio di gran parte dei donatori e al congelamento dei fondi di Usaid da parte dell’amministrazione Usa a guida Trump).

Una situazione di per sé esplosiva che, osservando i fatti, sembra precipitare verso il baratro. La tensione è ai massimi livelli, di nuovo.

 

 

 

 

 

 

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