Recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri del Somaliland, Abdirahman Dahir Adam hanno riacceso il dibattito sulle relazioni Etiopia-Somaliland. Adam ha affermato di nuovo il diritto dell’Etiopia all’accesso al mare e la disponibilità di Hargeisa a discutere di questo problema con il governo etiope.

Le dichiarazioni, racchiuse in un’intervista al giornale etiope The Reporter del 6 giugno, stanno riscrivendo i rapporti bilaterali tra Hargeisa e Addis Abeba, perché vanno oltre le questioni di sovranità e di riconoscimento a livello internazionale già affrontate, inserendosi nelle dinamiche di potere e controllo intorno al Mar Rosso.
Il Somaliland potrebbe non richiedere il riconoscimento formale da parte dell’Etiopia, non in questa fase delle relazioni, ma lavorare nel rafforzamento delle sue relazioni con Addis Abeba per migliorare la sua posizione negoziale con Mogadiscio. Sebbene abbia ancora aspettative alte e auspichi che sia l’Etiopia che il Kenya riconoscano il Somaliland ufficialmente così come fatto da Israele, Abdirahman Dahir Adam ha affermato di rispettare le politiche di Addis Abeba e di non voler interferire perché “un partner affidabile e stabile alla fine ci riconoscerà”. Ciò riflette una crescente consapevolezza in Hargeisa che il vero valore non risiede solo nel potenziale riconoscimento, ma nel posizionare il Somaliland come partner indispensabile negli accordi regionali riguardanti porti, commercio e corridoi logistici.
Siamo di fronte a nuove piste negoziali? Quando al Ministro degli esteri è stato chiesto fino a che punto la nuova amministrazione del suo paese avesse cambiato la sua politica nei confronti della vicina Etiopia, se l’amministrazione desiderasse rilanciare il controverso protocollo d’intesa con l’Etiopia, egli non ha fornito una risposta diretta ma ha sottolineato come Hargeisa comprendesse bene le esigenze marittime etiopi e fosse pronta a discuterne ulteriormente.
Hargeisa non vuole riprodurre la logica strategica del memorandum stretto con Addis, che tante obiezioni ha sollevato, ad essere leggeri. Oggi il Somaliland presenta la cooperazione marittima con l’Etiopia come un progetto a lungo termine dall’alto valore economico e logistico. Non è più una manovra geopolitica volta al riconoscimento, non una questione di sovranità, ma un colpo politicamente meno costoso e diplomaticamente più accettabile.

Il tentativo? Capitalizzare le trasformazioni regionale e migliorare il valore geostrategico del Somaliland. I recenti sviluppi legati alla guerra in Iran, le ripercussioni sulla sicurezza nel Mar Rosso, i problemi sulle catene di approvvigionamento rendono alcuni porti, come Berbera, ancora più attrattivi, soprattutto per chi vuole, come l’Etiopia, ridurre la sua dipendenza da Gibuti.
Nonostante l’incertezza creata dalla “Dichiarazione di Ankara” firmata tra l’Etiopia e la Somalia alla fine del 2024, che ha ricucito i rapporti tra i paesi che si erano incrinati proprio sul MoU tra Etiopia e Somaliland, le prospettive di rilancio della cooperazione marittima e strategica sono molto più forti di prima.

Entrambe i governi riconoscono in questo partenariato una reale fattibilità, data la convergenza di interessi economici rilevanti, in un momento in cui il deterioramento della situazione in Somalia è segnato dalla crisi di legittimità del governo federale e il contesto regionale vede alcuni sostenitori, preoccupati per la sicurezza nello Golfo di Aden e per le catene di approvvigionamento globali.
Ma non è una strada priva di ostacoli ve ne sono di strutturali e politici. Innanzi tutto lo status giuridico del Somaliland, che rimane non riconosciuto a livello internazionale, la ferma posizione di Mogadiscio nel non riconoscerlo, il mancato riconoscimento dell’Unione africana, la volatilità – in termini di sicurezza – della capacità di entrambe le parti di impegnarsi in accordi a lungo termine che richiedono una stabilità politica duratura.
L’idea di concedere l’accesso al mare all’Etiopia va oltre ogni tipo di considerazione economica e logistica. Costituisce una prova critica per la sovranità somala, può influenzare fortemente i rapporti nel Corno d’Africa e gli equilibri geopolitici nella regione.
Non si tratta solo di strutture portuali: si tratta di un precedente politico che tocca la sovranità e legittimità di uno stato.
Per questo Mogadiscio minaccia di utilizzare la forza qualora dovesse essere costretta a darne prova, sebbene questa non sarebbe comunque la cosa più pericolosa che potrebbe accadere: ciò infatti determinerebbe una spaccatura poi difficilmente sanabile, tra le elite al comando del governo (élite del sud del paese, facenti riferimento a clan storici del sud del paese) e quelle del nord; un fattore che potrebbe accelerare le forze centrifughe che ne vorrebbero la disintegrazione. I fattori esterni quindi farebbero da iniezione a quelli interni, e la guerra ad Al Shabaab, i problemi con i clan, le questioni di sicurezza interna, le controversie con l’opposizione politica al governo, gli interessi economici, gli interessi sulle infrastrutture logistiche e marittime, non sono cose di poco conto per Mogadiscio.

Ciò che accade tra Etiopia e Somaliland esemplifica l’intensificazione della concorrenza geopolitica nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso. La regione, alle prese con grandi trasformazioni, ha grandi sfide da affrontare, di sicurezza, di controversie di confine e di antiterrorismo, di accesso ai porti, alle corsie marittime ed alle infrastrutture logistiche.
Ciò che vediamo suggerisce che la partnership tra Addis Abeba e Hargeisa sarà modellata non solo dalle dinamiche interne e dalla volontà politica, ma anche dall’evoluzione degli equilibri regionali attraverso il Mar Rosso e il Corno d’Africa.
Tuttavia, il futuro di questo percorso dipenderà probabilmente dalla capacità delle parti di conciliare gli imperativi della geografia economica con i requisiti della legittimità politica. Ciò rende la graduale espansione della cooperazione economica e logistica funzionale lo scenario più probabile nel prossimo futuro.

