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Analisi

Etiopia, ultimatum all’Eritrea: “Via l’esercito dal suolo etiope”

L'avvertimento da parte del Ministero degli Esteri etiope arriva in concomitanza con l'inchiesta condotta da Reuters che ha portato alla verifica dell'esistenza di una base militare in territorio etiope utilizzata per l'addestramento delle Rapid Support Forces sudanesi, foraggiata dagli Emirati Arabi Uniti.

L’avvertimento da parte del Ministero degli Esteri etiope arriva in concomitanza con l’inchiesta condotta da Reuters che ha portato alla verifica dell’esistenza di una base militare in territorio etiope utilizzata per l’addestramento delle Rapid Support Forces sudanesi, foraggiata dagli Emirati Arabi Uniti.

Etiopia. A pochi giorni dagli scontri avvenuti nel Welkait e Tselemt, nel Tigray occidentale tra le forze tigrine e l’esercito federale, a cui sono seguiti lo stop dei voli per la regione, l’inattività delle banche e la cessazione delle telecomunicazioni (situazioni per ora rientrate), la situazione sembra aggravarsi ulteriormente.

Si registra infatti il ritiro delle forze dell’esercito federale, ENDF, dalle zone della regione Amhara precedentemente occupate; una manovra sfruttata dalle milizie Fano (amhara) per riconquistare intere aree andate perdute nel tempo. Il ritiro è probabilmente propedeutico al dispiegamento di truppe nella regione del Tigray, oggi visto come nuovo fronte in funzione anti-Eritrea.

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Il 7 di Febbraio infatti, il Ministro degli Esteri etiope, Gedion Timothewos Hessebon, ha inviato una lettera di avvertimento al governo eritreo, chiedendo il ritiro immediato delle truppe eritree entro i confini e la cessazione di qualsiasi collaborazione con il Tigray People’s Liberation Front, partito al potere del governo tigrino.

Intere colonne di mezzi che trasportano armi e soldati sono state avvistate nel Tigray, dirette verso nord. Il ritiro e ridispiegamento è dovuto a vari fattori, tra i quali l’impossibilità attuale delle forze federali di avere due fronti aperti contemporaneamente, tra i quali uno nella regione Amhara, che in oltre un anno e mezzo ha sofferto scontri armati e repressione, senza una vera prospettiva di risoluzione.
D’altra parte la questione Amhara è ben diversa da tutte le altre, sebbene quella tigrina sia caratterizzata da una certa univocità e tragicità. Gli Amhara hanno avuto ed hanno un ruolo importante all’interno dell’identità culturale etiope, sono ben rappresentati politicamente e, non per ultimo, hanno un peso specifico importante all’interno della composizione etnica del paese.
Mentre per i tigrini, ben distinti e con un passato da leadership del paese, la propaganda ha suonato i tamburi di guerra durante il conflitto andato avanti dal 2020 al 2022, provocando incarcerazioni arbitrarie, uccisioni extragiudiziali e una distorta narrazione del conflitto, (determinando oltre 600000 morti nella quasi totale assenza di informazioni), nella regione Amhara non è stato possibile applicare lo stesso schema.
La logistica ha un peso importante in questo scenario e questo è un fattore di cui tenere conto. Le direttrici sulle quali si muovono le colonne militari e i rifornimenti, sono fondamentali per lo scopo. Per arrivare a confine, il passaggio da sud verso il Tigray è relegato a due strade, la A1 che parte da Assab, la A2 che collega Addis Abeba ad Asmara e la A3 che da Addis Abeba  va a Gondar per poi proseguire verso Axum con la B30.
In queste ore, inoltre, un’inchiesta di Reuters ha portato alla luce alcune immagini satellitari che fungono da prova ai rumors e alle indiscrezioni che da settimane hanno come oggetto una base di addestramento per le Rapid Support Forces sudanesi, nel Benishangul Gumuz, vicino al confine con il Sudan.
Secondo l’inchiesta di Reuters, la base sarebbe stata finanziata dagli Emirati Arabi Uniti, i quali avrebbero fornito anche istruttori militari e supporto logistico (un punto di vista condiviso anche in una nota interna dei servizi di sicurezza dell’Etiopia e in un cablo diplomatico, rivisto da Reuters); il condizionale è d’obbligo, in risposta ad una richiesta di commento, il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato di non essere parte del conflitto o “in alcun modo” coinvolto nelle ostilità.

L’analisi delle immagini satellitari ha fornito informazioni utili a confermare i dettagli contenuti nella nota sulla sicurezza e nel cablo diplomatico intercettato. Le immagini, differentemente datate, mostrano lo sviluppo del campo, l’aumento della sua estensione, la costruzione di alcune importanti infrastrutture (come una stazione di controllo per droni) nel vicino aeroporto di Asosa.

Nel documento sulla sicurezza visionato da Reuters si afferma che all’inizio di gennaio, 4.300 combattenti RSF stavano seguendo un addestramento militare sul sito e le loro forniture logistiche e militari venivano fornite dagli Emirati Arabi Uniti.

Le reclute del campo sarebbero principalmente etiopi, ma vi sarebbero anche cittadini del Sud Sudan e del Sudan, inclusi appartenenti all’SPLM-N, un gruppo ribelle sudanese che controlla il territorio nel vicino stato del Nilo Azzurro del Sudan, hanno detto sei dei funzionari ascoltati. Le reclute si unirebbero alle RSF che combattono l’esercito sudanese nella regione del Nilo Azzurro; centinaia di combattenti avrebbero varcato il confine già nelle ultime settimane per unirsi ai miliziani delle forze di supporto rapido sul campo.

La costruzione del campo, costruisce la prova regina del coinvolgimento diretto dell’Etiopia nella guerra sudanese e soprattutto la comprova (se ne avessimo avuto davvero bisogno) del coinvolgimento sempre più consistente delle potenze regionali nel conflitto sudanese.

 

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